Una frase di Carlo Emilio Gadda ad Alberto Arbasino  mi è rimasta in mente. Questa:
“Il Foscolo è capace di scrivere in una lettera “Ho passato un’intera notte a piangere”. È fisiologicamente impossibile!”
Ora. Gadda destava Foscolo, lo chiamava “il Basetta”, lo derideva, gli faceva le pulci, lo definiva “il più grande strafalcionista del lirismo italiano ottocentesco”.
Parto dal Venerato Ingegnere per fare qualche considerazione su un atteggiamento che da particolare e raro è quasi divenuto norma: ovvero, la perdita della visione d’insieme per concentrarsi sul dettaglio. Esattamente come Gadda insisteva sull’impossibilità di poter piangere per un’intera notte tralasciando quello che Foscolo voleva dire davvero (fatto salvo il giudizio di ognuno su Foscolo medesimo, che qui non interessa).
Torno su Hamnet. Come è giusto e sacrosanto, le opinioni sul film sono diverse, anche opposte, e su questo non si discute.
Però. Mi hanno colpito i pareri di commentatori che pure hanno apprezzato il film, ma hanno fatto in tempo a notare che:

nella scena in cui Paul Mescal /Will nuota, lo fa con uno stile, il crawl, che è stato inventato all’inizio del ventesimo secolo.
il falco di Agnes è in realtà una Poana di Harrys, che è una specie americana. 
nell’Inghilterra elisabettiana non si dice “hallo” o “ok”
non si vede il cordone ombelicale dei bambini di Agnes

Mi fermo, lo giuro, e dico anche che si tratta di osservazioni legittime. Mi chiedo anche, però, da quando è successo che ci impigliamo sui particolari come fece Gadda con Foscolo, che desideriamo prendere in castagna l’autore o l’autrice invece di ragionare su un altro aspetto: non dico la struttura del film, la fotografia e tutto quello che vi pare. Parlo di una faccenda che può sembrare ingenua e banale come le emozioni, che sono però la nostra intera vita. Almeno prima del fact-checking a oltranza.
E’ successo anche con la foto della mia ortensia che germoglia: volevo semplicemente comunicare uno stato d’animo per l’arrivo di primavera, ed è diventata una discussione sulla potatura sbagliata.
Già, cosa ci è successo? E peggiorerà?
Non lo so, ma questa mattina sono andata a riprendermi quello che John Berger scriveva dopo un’operazione di cataratta e sull’importanza di uno sguardo nitido.
Ecco, avremmo tutti e tutte bisogno di rimuovere la grata metaforica dai nostri occhi, temo. (Non la cataratta in sè: lo preciso prima che arrivino qui gli oculisti, o i grecisti pronti a smentire Berger). Buona giornata, commentarium.

“Ogni volta che trovo nella mail un intervento di Otello Baseggio mi rallegro. In questo caso prende spunto dall’intervento di Giorgio Gizzi che ho riportato qui per dire la sua su lettura, editoria, librerie.
“Editoria, lettura e aiuti si incrociano, ma, sembra a me, al crocicchio o c’è una via senza nome oppure non si vede o si vede poco: gli argomenti proposti mi sembrano molto ben posti, la via senza nome in realtà un nome ce l’ha, potremmo chiamarla via della distribuzione del libro in senso lato, via delle librerie, fisiche e on line, in senso stretto; non per assolvere l’editoria oltre che l’ignavia della lettura e gli “aiuti”, ma perché anche la distribuzione libraria può fare non poco ed anzi sarebbe un aiuto non previsto dal dott. Cipolletta quanto mai efficace”

Non so voi, ma io sbigottisco un poco. Ci sfila davanti agli occhi una storia di violenza e di abusi, un reale d’Inghilterra viene giustamente arrestato (ma rilasciato subito dopo), ci sono ragazze e donne che sono state portate al suicidio, o alla disfatta psicologica, e noi, come scrive Giulia Paganelli su Bolena, ci distraiamo.
Perché sbigottisco? Perché mi sembra che la discussione pubblica, specie delle donne, sia centrata su altro. 
E per dirla con chiarezza, me ne infischio del film tratto da “Cime tempestose”, me ne infischio della copertina di Einaudi, non mi interessa se il romanzo sia stato tradito o se la versione pop avvicinerà le ragazze ai classici. Anzi, comincio un poco a stufarmi di questo discorso: è possibile che avvenga, così come è possibile, vista anche la simpatica propensione editoriale a imprigionarle in un genere come lettrici e chissà come scrittrici, che da quella gabbia rosa non escano.
Ma come, direte, non hai sempre insistito sull’importanza dell’immaginario? Certo, e continuo a insistere: stavolta, però, ho la brutta sensazione di trovarmi dentro Con tutta quell’acqua a due passi da casa di Raymond Carver. Col cadavere di una donna annegata nel fiume mentre noi parliamo di pesca. Scusate. Va così.

Come (spero) molte altre persone sono esterrefatta dall’accanimento della televisione sulla terribile storia del bambino a cui è stato trapiantato un cuore “guasto” per una catena di errori sconcertante.  Ma questa storia non dovrebbe essere raccontata a Domenica In, con Mara Venier  di azzurro vestita che incalza la madre del bimbo, o a Cartabianca con l’attesa del parere dei medici su un possibile nuovo trapianto. Giustamente Antonio Dipollina, su Repubblica, ha parlato di Vermicino 4.0, con le dirette, gli auricolari, le domande e tutto quello che caratterizza la televisione del dolore. Che ci si auspicava estinta, ma che non è mai scomparsa. 
Però dovrebbe esistere il rispetto. Dovrebbe esserci un freno alla miscela di sofferenza e spettacolo che ci viene proposta quotidianamente, e che è ormai la cifra non solo della televisione, perché anche sui quotidiani, anche sui giornali on line si mischiano la confessione sentimentale di questo o quello e Gaza, la tartaruga che si getta dalla rupe e le dichiarazioni di Nordio. E’ una pappa appiccicosa che rimane piantata nella gola, e non va su né giù, e ci nutre da troppi anni. Non basta spegnere la televisione, per inciso, perché quei video e quelle storie si ripropongono nei social, o via mail persino, o nelle telefonate di chi ti dice “hai visto?”. E non si può essere sempre Walden. 
Però si può essere il Comitato etico media e minori. Perché esporre un bambino o una bambina a questa roba, qualora siano davanti alla televisione, fa malissimo, esattamente come lo faceva, molti anni fa e in prima serata, il Bruno Vespa che si chiedeva “zoccolo o mestolo?” per introdurre la puntata sul delitto di Cogne. E’ sempre quella roba là, un po’ azzimata, un po’ al passo coi tempi. Ma fa sempre orrore.

Anche io ho la mia personale maratona su Umberto Eco, a cui ho guardato fin da ragazza con ammirazione, sperando di imparare almeno un po’ dal suo sapere e dal modo di guardare il mondo. Ho conservato dunque tre interventi, piccoli e grandi, a ritroso nel tempo, che vi ripropongo qui. E noterete quanto ci parlino ancora, e con quanta lucidità.
“Distinguere tra discorsi seri e discorsi frivoli, tra notizia d’ interesse generale e pettegolezzo irrilevante, diventa un dovere etico dei mezzi di massa, al di là di ogni calcolo di “audience”. Può darsi che a un certo punto uno scandalo apparentemente minore, come quello della collana di Maria Antonietta, possa diventare sintomo e forse concausa del crollo di un regime. Sono i casi in cui il pettegolezzo entra nella storia, e saper riconoscere per tempo (e non con troppo e frettoloso anticipo) questi casi, è grande arte e responsabilità giornalistica. Ma guai affidare il servizio a Cagliostro”.
E’ del 1992, e andrebbe letto pensando all’irruzione degli aggiornamenti della cronaca, anche tragica, all’interno di Domenica In.

The Minority Report , il racconto di Dick che parla esattamente di quel che avviene ora, ha la mia età: quest’anno compie settant’anni, ed è stato pubblicato nel 1956 su The Fantastic Universe. La storia è nota: ci sono mutanti, detti precog, che riescono a prevedere il futuro entro un tempo limitato e dunque a individuare i crimini prima che vengano commessi. La polizia predittiva lavora dunque sull’individuazione del potenziale assassino, o criminale, prima che diventi tale: “la punizione non è mai stata un deterrente significativo e difficilmente avrebbe potuto offrire conforto a una vittima già deceduta”.
Quello che forse non è noto a tutti è che la polizia predittiva esiste veramente, almeno dagli anni Zero, in diversi paesi del mondo. Anche in Italia, come racconta Puliafito nel suo articolo su Internazionale, scritto un anno fa.
Perché parlarne oggi? Perché mi è ricapitato fra le mani l’intervento di Philip K. Dick alla Vancouver Science Fiction Convention, nel 1972. Si intitola L’androide e l’umano, e prefigurava già uno stato di polizia. Diceva fra l’altro:
“La società totalitaria immaginata da George Orwell in 1984 dovrebbe essere ormai arrivata. I gadget elettronici sono qui. Il governo è qui, pronto a fare ciò che Orwell aveva previsto. 
Cosa voglio dire? Una cosa banale e una meno: quella banale è che dovremmo dare ascolto alla letteratura fantastica, quando sa parlare, perché dice di noi fatti e incubi che non si sono ancora realizzati. Quella meno banale, ma ripetuta mille volte, e anche ieri, è che quando la letteratura, ma anche il cinema, e l’arte in assoluto, si occupano solo di se stessi, rischiano di perdere una delle possibilità più importanti che sono date ai visionari. Restituire le mutazioni del mondo. Tutto qui.

La domanda è semplice, e forse anche inutile, perché nel momento stesso di porla si presume che esista sempre e comunque una letteratura che sopravvive a chi la scrive, e come è noto e pure giusto tutto questo è imponderabile almeno dai tempi in cui Oderisi da Gubbio, nel canto XI del Purgatorio, mette in guardia Dante dai pericoli dell’ambizione e dal desiderio di fama.
Però questa mattina ho letto un articolo scritto da Carlo Pizzati per Repubblica: Pizzati è un giornalista, un reporter, un viaggiatore e uno scrittore, giustamente – mi sembra, almeno – lontano dalle infinite discussioni sul romanzo e la letteratura di questi anni. Che però stavolta affronta il tema dell’autofiction (o memoir, o chiamatelo come volete) intesa come salvezza:
“Se l’originalità è morta, se le grandi narrazioni sono esaurite, è ancora possibile dire una verità parziale ma autentica: quella di una coscienza specifica che trasforma la propria precarietà esistenziale in strumento di conoscenza. È l’unica forma di resistenza rimasta”.
Sul punto, ripetendomi, scrivo un paio di cose. Ma quello su cui non concordo è la sintesi con cui si liquidano oltre vent’anni di letteratura italiana: i cosiddetti cannibali non erano tutti giovinotti di buona famiglia privi di disperazione autentica. Bisogna intendersi su chi si intende per “cannibali”, al di fuori della famosa antologia, ma dire che tutta la letteratura degli anni Novanta, e Zero, non sia stata vitale è sconcertante. Fare l’elenco è sciocco (ma tanti nomi mi frullano per la testa e ne faccio uno solo, uno: Vitaliano Trevisan non è stato vitale? Ma veramente?), così come è purtroppo ininfluente notare che fra i grandi nomi letterari non appare una sola scrittrice (Morante? Ma davvero? Ortese?), anche se so che scrivendo queste precise parole tutto questo lungo post sarà ridotto a “eccola là, la solita femminista che mi attacca sulle quote rosa”. Pazienza, ci ho fatto il callo.
E’ un peccato che di quell’epoca vitalissima, invece, che sono stati i vent’anni tra la metà dei Novanta e la fine degli anni Zero rimanga solo la definizione di scopiazzatori cinici: ma chi ha attraversato di persona quel momento dovrebbe forse interrogarsi su quanto la nostra percezione sia diversa da chi la osserva oggi.
Ma poi, pazienza. Come diceva Oderisi,
Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.

Ricominciano le partenze: domani pomeriggio sarò a Reggio Emilia per chiacchierare con Giulia Paganelli, ed è una gioia. Venerdì a Torino, per cose di scrittura, sabato a Moncalieri per Rivelazioni, grazie a Nicola Lagioia, e in ottima compagnia.
Dunque il blog sarà aggiornato lunedì. Nel frattempo, una mia lettura dei racconti di Edith Wharton fatta per La Stampa, un po’ di tempo fa ma sempre valida.
“Come sarà per Shirley Jackson, Edith Wharton amava le case. al punto di dedicare loro il suo primo libro, scritto con l’architetto Ogden Codman Jr, che si intitolava La decorazione della casa. Quella di Wharton era a Lenox, Massachusetts, e venne decorata dall’autrice stessa, giardino incluso, dopo la fine del suo infelice matrimonio. Le case sono vive, e non solo la Hill House di Jackson sogna e aspetta (“Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta”), ma anche la villa di Dopo: “Ma la casa sapeva. La biblioteca dove trascorreva le sue lunghe serate solitarie sapeva […] e c’erano momenti in cui la coscienza delle vecchie pareti polverose pareva sul punto di dischiudersi per rivelare a voce alta il suo segreto”.
  Naturalmente Wharton è moltissimo altro: anzi, è la scrittrice imprendibile, non incasellabile, che gioca con le questioni letterarie e si rappresenta segretamente nella Donna selvaggia, la creatura vitale che l’Eremita (in realtà Henry James, che la chiamava Scribbling Princess, Principessa Scribacchina) non potrà mai capire fino in fondo, perché è piena di vita e di curiosità, e per questo può infischiarsene persino dei canoni letterari, come fecero altre donne, Virginia Woolf (che non la amava), e Djuna Barnes. Selvagge anche loro, in modo diverso.”

A sedici anni si ha il sacrosanto diritto di essere imperfetti, anche se di questi tempi i sedici anni, e tutta l’adolescenza, sono talmente sotto sorveglianza che è difficile anche dirlo, ed è persino difficile per me, che ne ho quasi settanta, perché appunto le giovani persone sono vivisezionate, passate alla lente del talk show psicologico e giudicati da editorialisti pensosi. E’ nella forza e nell’ordine delle cose.
Così come è nella forza e nell’ordine del capitalismo usare e sfruttare i gusti e le scoperte dei giovani: nei tempi lontani, si trattava di portare l’hippie in pubblicità, i capelli lunghi sulle copertine dei primi magazine specializzati, e così via. Oggi è tutto molto più complicato. 
Leggo molto, in rete e su carta, molti, troppi discorsi sui giovani. Noi che rivendicavamo il nostro anticonsumismo (a parole), condanniamo il loro. Noi che ci intrappolammo, come diceva ancora Pasolini, nel nostro mondo a parte, rivendichiamo quel mondo a parte come l’unico possibile. Vorremmo che i nostri figli fossero il nostro specchio: ma i figli sono altro da noi. Ci innamoriamo di quella che vorremmo la loro perfezione, invece di amare la loro unicità. E chiediamo conforto gli uni agli altri, come i pescatori di Raymond Carver che si fanno forti della non scelta del resto del gruppo per rimanere a prendere pesci quando scoprono il corpo di una ragazza annegata, invece di tornare indietro a chiedere aiuto.
Per questo non mi turba più di tanto la famosa copertina Einaudi di Cime tempestose, adottata in occasione dell’uscita del film. Fa credere che il romanzo di Brontë sia un romance? Sì, e il romanzo non lo è e chissà, magari sarà l’occasione giusta per scrollarsi di dosso l’idea che le storie debbano avere un finale lieto. Il fatto è che sarei un po’ stufa di tutti i discorsi sui giovani che vanno di pari passo allo sfruttamento dei giovani: il mondo delle booktoker è stato depredato da giornali, librerie e festival, e quasi nessuno ha detto lasciamole in pace, anzi, si è plaudito all’apertura. Finché, come sempre avviene nelle culture giovanili, nascerà qualcosa di nuovo, e quel nuovo sarà per un po’ nascosto, e poi verrà depredato di nuovo.

Zoe aveva 17 anni, è andata a una festa, ha incontrato Alex, il quale sostiene che avevano avuto una relazione anni prima. Si allontanano parlando, poi lui la colpisce :”All’improvviso, non so per quale motivo, le ho sferrato un pugno”. Più tardi corregge: “Non le ho dato solo un pugno, ma è stata una raffica veloce, solo con il destro”. A quel punto si rende conto che la ragazza sta male e invece di soccorrerla la getta nel fiume, ancora viva. Poi incolpa il solito ragazzo di colore, per, dice, scamparsela.
Le narrazioni influiscono sulle azioni, si diceva ieri. La narrazione del femminicidio di Zoe è stata oscurata dal chiasso mediatico, e social, sul ripensamento di un mediocre comico a presenziare al mediocre festival di Sanremo, e dalle dichiarazioni in proposito della premier, che evidentemente non aveva tempo e voglia di parlare della morta ammazzata numero 8 del 2026 (siamo all’inizio di febbraio, vorrei ricordare). E’ fin banale ricordare che forse una premier dovrebbe pur dire qualcosa anche sulle ragazze stuprate e abusate da un gruppo di oligarchi, ma non sogniamo troppo. La premier deve parlare di Sanremo, come no?
Ma è troppo facile prendersela con la presidente del consiglio.
Diamo uno sguardo ai social. Battuta chiama battuta, e di certe cose (i femminicidi, gli Epstein files) non si vuol sentir parlare.
Per averlo fatto, a me è toccata la minaccia di un crick, a Maria Grazia Calandrone è andata peggio: anche lei ha parlato del verminaio di potere che protegge se stesso attraverso violenza e ignoranza, e di sistema Epstein. Per lei, il colpo finale del caricatore (cosa che spetta a una “comunista”!).
Ecco, questo è il clima. Ma, si sa, dobbiamo piangere sul povero comico che non sarà a Sanremo per sua decisione . Di questo sistema di violenza e potere, di nuovo, si tace.

Loredana Lipperini
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