In questi giorni è circolata una bufala che però contiene, come a volte avviene, un fondo di verità. Un ex ufficiale della CIA, Larry Johnson, ha affermato durante un’intervista ad Andrew Napolitano nel podcast “Judging Freedom”, che il 18 aprile scorso Donald Trump ha chiesto di poter usare i codici nucleari, e che è stato bloccato dal generale Dan Caine. Smentite ufficiali a parte, si è giustamente rilevato che Caine ha un ruolo consultivo e non avrebbe avuto il potere di bloccare un ordine di lancio.
Quello che turba me, e proprio nel momento in cui si ricorda Chernobyl, è che si sia parlato della falsa notizia, e va benissimo, ma non della possibilità che potesse essere vera. Quello che turba me, è che si sia quasi completamente messa da parte la questione della scelta nucleare, anche non bellica. Dopo il disastro di Fukushima, quindici anni fa, l’economista e sociologo Jeremy Rifkin, disse chiaramente che “l’onda d’urto prodotta dal disastro giapponese ha reso evidente a tutti la follia della scelta nucleare. Come si potrà proporre una nuova centrale atomica quando il paese che dispone di una delle tecnologie più avanzate del mondo si trova con tre impianti in crisi, reattori con una fusione del nocciolo in corso e un potenziale scenario catastrofico davanti? Il nucleare ha chiuso”.
Non è andata così, sia in ambito civile che in ambito militare, nonostante le rassicurazioni di Palantir sul fatto che la prossima arma deterrente non sarà l’atomica ma l’intelligenza artificiale (e oltretutto la faccenda non è rassicurante affatto). Da ultimo Carlo Rovelli è intervenuto spesso sul nucleare. Mi chiedo come mai gli scrittori e le scrittrici non tornino a prendere parola: come nel tempo hanno sempre fatto.
“Alcuni extraterrestri sostenevano che la causa del cattivo odore dei terrestri era la loro dieta, che, perfino tra i cinesi, consisteva principalmente di salsicce, patatine fritte, bibite analcoliche e birra. Ma gli octopodi di Algol, che erano forse la più filosofica fra tutte le razze, affermavano che non era un fatto di alimentazione. La psicologia influenzava la fisiologia. I terrestri puzzavano perché puzzava la loro etica.”
“Venere sulla conchiglia”, di Philip J. Farmer
Giustamente, il bravo Gianluca Mercuri apre la newsletter del Corriere della Sera con una constatazione amarissima:
“In un Paese medio – un Paese che pur in un momento di crisi fluttua con contegno tra gli accadimenti e si interroga in modo serio sulle cose serie – questo allarme degli industriali (la crisi energetica più spaventevole della storia, ndl) sarebbe la notizia del giorno.
Invece siamo il Paese di Nicole Minetti”.
Già, e aggiungo che siamo ancora il Paese di Berlusconi. Qualche settimana fa sua figlia Marina ha smentito seccamente le ipotesi sulla sua discesa in politica accusando il giornalista che l’aveva ventilata di misoginia e rivolgendosi in tono sprezzante al Fatto Quotidiano (lo stesso alle cui inchieste si deve il probabile stop della grazia a Minetti) come quotidiano malato di ossessione antiberlusconiana.
Il punto è che auspicabilmente la maggior parte delle cittadine e dei cittadini di questo paese è stanca di Berlusconi, della sua famiglia, delle sue protette e dei suoi araldi, di cui non riesce, dopo decenni, a liberarsi: per paradosso, i vecchi partiti novecenteschi sono crollati prima di questo devastante avvelenamento collettivo. E il paradosso è che non discutiamo abbastanza di quanto siamo cambiati nei lunghi anni in cui Berlusconi fu presidente del Consiglio e in cui comunque ha avuto un ruolo chiave nella politica italiana, ma anche nel nostro immaginario. E questo è il suo maggior successo.
Il caso Venezi si è finalmente chiuso ieri, dopo mesi di battaglie degli e delle orchestrali e del coro della Fenice che si sono opposti al sovrintendente Colabianchi che ha nominato come direttrice musicale stabile Beatrice Venezi.
Quindi, bene, bravi: ma di tutti gli altri (e altre) che si fa? Di tutti coloro che esercitano poteri che non sono in grado di gestire, nel mondo culturale, e che sono stati nominati non per “merito” ma per vicinanza politica? Che si fa di Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea? Mercoledì prossimo, 29 aprile, ci sarà un presidio davanti al museo statale dalle 13 alle 15 per protestare contro la gestione “impropria e privatistica” di un bene pubblico. Sono mesi che i lavoratori e le lavoratrici protestano perché la prestigiosa Galleria non solo viene usata per le feste de Il Tempo e per la presentazione di un grazioso libro dove Italo Bocchino spiega perché l’Italia è di destra, ma perché i dipendenti che non erano d’accordo sull’uso politico di un museo sono stati segnalati dalla direttrice Mazzantini (c’è una lettera a Mattarella in loro difesa, inviata da artisti e curatori, ma forse interessa anche al ministro Giuli). Non solo: quando venne dedicata una mostra a Palma Bucarelli, straordinaria direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma dal 1942 al 1975, e a cui molto deve la storia dell’arte, e anche la Storia, dal momento che dal 1933 si oppose fieramente a Mussolini., la parola “antifascismo” venne fatta sparire. Si specificava, in comunicati e articoli, che Bucarelli era bella ed elegante. Ma antifascista no, figurarsi. Peraltro all’inizio di quest’anno la direttrice ha fatto abbattere palme sanissime nel giardino centrale del museo, che erano un omaggio proprio a Palma Bucarelli. Il pretesto era trovar posto a delle sculture di Consagra, ma in realtà di spazio ce n’era in abbondanza.
Infine, come è scritto nel comunicato dei lavoratori e delle lavoratrici:
“La direttrice ha, inoltre, previsto da tempo la chiusura di importanti servizi culturali interni alla Galleria come la Biblioteca specializzata e l’archivio destinati ad essere riaperti solo tra qualche anno nel progetto di riqualificazione del cosiddetto ‘ampliamento Cosenza’. Ma nel frattempo i servizi per studiosi e ricercatori sono sospesi.
Le condizioni di lavoro nella Galleria Nazionale sono inadeguate sotto vari punti di vista, la gran parte del personale lamenta sofferenza psicologica e molti pensano di inoltrare una richiesta di mobilità”.
Va benissimo la chiusura del caso Venezi: ma chissà cosa pensa il ministro Giuli del caso Mazzantini, che certamente fa meno notizia, ma non è meno grave.
E’ capitato, ieri sera, di ritrovarmi a guardare vecchi album di fotografie, scattate negli anni Novanta e dunque non conservate in forma digitale. Guarda, mi dicevo, i figli bambini al mare, a Serravalle, con i pattini, alle feste dei compagni di classe. E guardandomi mi dicevo che certamente ero giovane, con il pacco dei quotidiani sulle ginocchia e occhiali da vista con la montatura di metallo. E guardando e ricordando mi dicevo: ho detto ero, ed è così, e il verbo al passato vien bene per tutti coloro che pensano che l’età giustifichi la diffidenza verso l’AI, di cui spesso ho parlato. Gente vecchia uguale gente che non capisce. Gente che guarda indietro, esattamente come coloro che nei secoli hanno accolto con disdegno il cinema sonoro, la fotografia, il magnetofono, internet.
Mi è arrivata fra le mani l’immagine dei figli bambini che giocavano con il game-boy, e mi sono detta che ero stufa di questa semplificazione, proprio io che sono stata fra le primissime, nel 1991, ad avere un telefono cellulare e che tre anni prima avevo il mio primo pc, un MacIntosh, e che nel 1995 smanettavo con l’Internet dei primordi, e che questa narrazione secondo la quale chi non grida al miracolo davanti all’AI è un cavernicolo è malaccorta, ingenerosa e a volte furba. Perché, banalmente, questo salto non è come gli altri. E ci mette molto più a rischio degli altri.
Su Giap, Roberto Laghi fa un’analisi molto interessante della nostra sbronza: “Non è un caso che il determinismo tecnologico sia una delle idee che le aziende spingono di più per convincerci che quello che fanno segue il corso inevitabile del progresso e a noi non resta che adattarci: molto del marketing intorno alla cosiddetta «intelligenza artificiale» gira proprio intorno a questo e, noi, ci dicono, o saltiamo sul treno in corsa o saremo esclusi – da tutto, o quasi.”
Leggetelo tutto, perché parla apertamente di tecnofascismo, ma anche delle alternative.
Peraltro, in questi giorni si è discusso molto del manifesto in 22 punti pubblicato dalla Palantir di Peter Thiel. Sono punti prevedibili, per chi ha seguito un po’ l’ascesa del Signor Anticristo e della sua azienda: le Big Tech devono partecipare alla difesa nazionale, il servizio militare deve tornare obbligatorio, le culture non sono uguali, e quindi inclusività e pluralismo sono scatole vuote di cui liberarsi, il software militare è il futuro. Eccetera.
Non ve lo linko perché non voglio contribuire ad aumentare i milioni di visualizzazioni, ma lo trovate un po’ ovunque. E’ interessante quanto Thiel batta sulla “tirannia delle app” chiedendo di pensare in grande, e ribadendo che chi produce tecnologia ha il potere, e che l’intelligenza artificiale è quel potere. E invita ad avere fede in chi lo produce. Per i distratti, la bio di Palantir su X è Software that dominates. E il punto 12 del manifesto dice:
“Un’era di deterrenza, l’era atomica, sta finendo, e una nuova era di deterrenza costruita sull’AI sta per iniziare”.
Gandalf: Un Palantir è un attrezzo pericoloso, Saruman.
Saruman: Perché? Perché dovremmo noi temere di usarlo?
Secondo me gli estensori di decreti, provvedimenti, bandi e quel che volete andrebbero tutelati, perché da quando questo governo è in carica hanno un sovraccarico di lavoro. Pensate soltanto al famoso articolo 30 bis del dl sicurezza, che verrà comunque approvato ma immediatamente dopo lo si correggerà con un provvedimento ad hoc.
Non è il solo caso. Oggi su Repubblica arriva la notizia che lo scorso 31 marzo a Marzabotto, Fossoli, Museo Cervi, Sant’Anna di Stazzema e Risiera di San Sabba il ministero della Cultura ha comunicato l’entità dei contributi 2026: “circa 364mila euro ciascuna. Peccato che questo significhi un taglio di quasi 65mila rispetto alle previsioni, che si sommano a un’altra sforbiciata da 22mila già stabilita dalla manovra di bilancio”.
Come risponde Giuli? Che il decreto, almeno per Sant’Anna di Stazzema, «era già in via di sterilizzazione attraverso un decreto compensativo». Dunque, prima si fa un decreto e poi lo si modifica con un altro decreto.
C’è qualcosa di illogico e beffardo in tutto questo, e anche di fortemente inquietante. E’ come se non si avesse chiaro quel che si vuole fare davvero, né si calcolano le conseguenze di quanto si fa.
A proposito di quanto si scriveva ieri sulla difficoltà, se non impossibilità, di fare rete nel mondo editoriale. Quando si parla di librerie, sono tutti pronti (tutti: scrittori editori eccetera) a mettersi una mano sul cuore e a proclamare il proprio amore per le librerie indipendenti, baluardo di resistenza.
E’ un po’ ipocrita.
Prendiamo il caso di Fabio Masi, premiato nel 2022 come libraio dell’anno dalla Fondazione per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri: ha aperto Ultima spiaggia a Ventotene nel 2002, la sua gemella a Camogli nel 2011, Amico Ritrovato a Genova nel 2014. “E adesso”, dice, “ho la tentazione di fare il patetico gesto di restituire il premio. Sono stanco dell’ipocrisia del mondo editoriale, stanco delle prese in giro, stanco di tutti coloro che fingono di piangere la chiusura delle librerie indipendenti e perseguono contemporaneamente la loro morte”.
Motivo della stanchezza, la ventilata apertura (poi al momento smentita) di una Ubik a Genova. “Ma dal giorno della nostra apertura a Genova abbiamo dovuto affrontare un proliferare di nuove librerie attorno a noi, due Giunti e un Libraccio, e tutte a pochi metri di distanza”.
“Fin qui abbiamo assorbito il colpo, grazie soprattutto ai nostri clienti e lettori che in alcuni casi sono diventati amici e complici della nostra avventura, che però viene messa a dura prova. Come forse sai, dietro Ubik c’è Messaggerie Libri, il più grande distributore di libri, gli stessi che pochi anni fa ci hanno insignito del titolo di libreria dell’anno. Le Ubik non sono indipendenti: certo, ci lavorano colleghi bravissimi, più bravi di me, ma non possono dirsi indipendenti perché indossano la casacca di Messaggerie. Non si è indipendenti in una libreria di catena: nelle Mondadori il 70% dei libri deve essere appannaggio della casa editrice di proprietà. Qual è l’indipendenza?”.
Insomma, prima ti premiano e poi provano a farti chiudere.
Questa mattina ho postato due frasi da due film, rispettivamente “La Terrazza” di Ettore Scola e “Caterina va in città” di Paolo Virzì. Che sono film sul fallimento.
Le due frasi sono state prese spesso alla lettera: come ha ragione Iacovoni, come ha ragione Mario. Non mi sorprende, anche perché alla fine della fiera quello che emerge da tutti i discorsi faticosamente fatti sullo stato dell’editoria, sulla sua crisi (che peggiorerà, state tranquilli: non per colpa ma anche per effetto dell’uso dell’AI per scriversi e leggersi da soli), è la questione del privilegio. Da una parte quelli pubblicati, dall’altra parte quelli i cui manoscritti vengono respinti. E ancora, da una parte quelli recensiti, da una parte quelli ignorati. E ancora ancora: da una parte quelli che vendono e dall’altra quelli che non vendono. E infine: da una parte quelli che entrano in dozzina (e poi in cinquina, e poi magari vincono) allo Strega e dalla solita altra parte gli altri.
Se posso essere franca: che palle.
Alla fine di Più Libri Più Liberi io ho vivamente sperato che si desse vita a una sorta di Stati Generali dell’Editoria dove partecipassero tutte le parti in causa: chi scrive, chi pubblica, chi traduce, chi edita, corregge, promuove, recensisce, eccetera. Speravo che l’incontro venisse “dal basso” perché è faccenda su cui non si mettono cappelli. Non è successo, non succederà, siamo tutti qui a un altro giro di festival, saloni, fiere e siam tutti qui a scrivere: oh accidenti, quanto vanno male le cose, oh mannaggia, la letteratura è morta, oh poveretti noi i nostri libri vendono cento copie se va bene. Ed è sempre colpa, come diceva Iacovoni, degli altri.
A proposito dell’uso dell’AI nella scrittura creativa: in questi giorni ho letto molti interventi contro la “cultura della fatica”, o meglio contro coloro che sostengono che scrivere sia “anche” fatica. Peraltro non stiamo parlando di estrarre coltan in miniera, ma di allenare il cervello, studiare, leggere, cercare, fare le normali cose che si fanno quando si scrive, e che non si ha voglia di delegare alla macchina.
Altre posizioni che ho letto sono più radicali, e sostengono che a essere contro l’AI sono gli sfigati, i tromboni, i poveracci che si ritengono intellettuali e sono solo dei mitomani naturalmente collusi in qualche cerchio magico, disperati che vendicchiano poche copie e tengono rubrichette malpagate da cui pontificare, e che soprattutto compiono una battaglia di retroguardia perché sono terrorizzati dal perdere i propri privilegi.
Ora, se davvero il metro di paragone fosse questo permettetemi di proporre qui parte di quel che scrive sul New York Times Colson Whitehead, l’autore de La ferrovia sotterranea, lo scrittore che ha vinto due Pulitzer, un National Book Award e svariati altri premi, che non vendicchia e non mi pare proprio mitomane.
La sintesi:
“Il punto è: non dico questo per difendere l’umanità. L’umanità fa schifo. È assolutamente terribile. Dico questo perché credo in una virtù fuori moda che si chiama: “Fai il fottuto lavoro”.
Leggi il libro, non il riassunto.
Scrivi l’articolo, non il prompt.
Soffri come l’artista che sei. Non è facile, ma se fosse facile non varrebbe la pena farlo”.
Se non possono essere l’oggetto del tuo plauso, devono diventare il megafono del tuo nemico per sentirsi, almeno per un momento, rilevanti. Questo, grossomodo, è quanto Anthony Burgess sostiene un po’ ovunque, ma soprattutto nella trilogia di Enderby, non notissima in Italia ma molto interessante per capire alcuni dei comportamenti non solo del mondo editoriale: parla, Burgess, di quei poeti o critici abilissimi nel corteggiare una figura che ritengono rilevante, salvo, quando non ottengono la rilevanza che a loro volta desiderano, schierarsi dalla parte dei denigratori di quella figura. Nella trilogia, Rawcliffe ne è l’esempio perfetto: prima l’ammirazione servile, poi il tradimento, comportamento classico ieri nei cocktail e feste letterarie, e oggi nei social, dove esistono coloro che si aggirano fiutando i personaggi in ascesa, per ricoprirli di lodi e doni, e poi, quando le aspettative che nutrono (e di cui spesso l’oggetto delle medesime tutto ignorano), spruzzano inchiostro come seppie per oscurare chi li ha rifiutati.
Un meccanismo molto simile ma politico viene descritto meravigliosamente da Giorgio Bassani nella poesia Gli ex fascistoni di Ferrara.
Nel mondo vasto, quello della politica nazionale e internazionale, il comportamento dei rancorosi e degli ex fascistoni di Ferrara diventa evidente, e ha conseguenze molto più pesanti: ma nasce tutto dal mondo piccolo, perché, come si diceva ieri, la questione non sta nei potenti impazziti della terra, ma in chi li elegge. Spesso per lo stesso motivo: il risentimento. La sensazione che altri ti abbiano sottratto lo splendore, il successo, la felicità. E finché non ci rendiamo conto che non esistono colpevoli (esiste un sistema che suscita e amplifica questo modo di pensare, certo: ma esiste anche una certa responsabilità individuale, eh), non si va avanti.
Vent’anni fa, nel libro Un terribile amore per la guerra, lo psicoanalista e filosofo James Hillman citò una scena di Patton, generale d’acciaio, vecchio film diretto da Franklin Schaffner. La scena è quella in cui Patton passeggia per il campo di battaglia dopo lo scontro, osserva i cadaveri, gli scheletri dei carri armati in fiamme e dice: “Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita”. La guerra, sosteneva dunque Hillman, è insita nella dimensione umana, come il Male. Lo sappiamo. E sappiamo anche che a volte è molto comodo identificare un solo colpevole per pensare di aver vinto tutto il male esistente.
In queste ore oscure, con la guerra che si espande riproponendosi come costante delle nostre vite e con gli uomini più potenti della terra che danno segni di squilibrio, qualcuno dice che squilibrio non è, bensì strategia. Può darsi, ma questo significherebbe che dovremmo preoccuparci ancora di più, perché l’elettorato di quegli uomini dà a sua volta segni di profondissimo squilibrio.
A volte gli scrittori e le scrittrici lo capiscono con anticipo.
Nel 2017, Stephen King scrive un articolo per the Guardian. E’ anzi, un esperimento narrativo: immagina un gruppo di elettori di Trump e li sottopone al siero della verità. Poi, li interroga sul motivo per cui hanno votato Trump.
Nove anni dopo, vale ancora.
