E’ capitato, ieri sera, di ritrovarmi a guardare vecchi album di fotografie, scattate negli anni Novanta e dunque non conservate in forma digitale. Guarda, mi dicevo, i figli bambini al mare, a Serravalle, con i pattini, alle feste dei compagni di classe. E guardandomi mi dicevo che certamente ero giovane, con il pacco dei quotidiani sulle ginocchia e occhiali da vista con la montatura di metallo. E guardando e ricordando mi dicevo: ho detto ero, ed è così, e il verbo al passato vien bene per tutti coloro che pensano che l’età giustifichi la diffidenza verso l’AI, di cui spesso ho parlato. Gente vecchia uguale gente che non capisce. Gente che guarda indietro, esattamente come coloro che nei secoli hanno accolto con disdegno il cinema sonoro, la fotografia, il magnetofono, internet.
Mi è arrivata fra le mani l’immagine dei figli bambini che giocavano con il game-boy, e mi sono detta che ero stufa di questa semplificazione, proprio io che sono stata fra le primissime, nel 1991, ad avere un telefono cellulare e che tre anni prima avevo il mio primo pc, un MacIntosh, e che nel 1995 smanettavo con l’Internet dei primordi, e che questa narrazione secondo la quale chi non grida al miracolo davanti all’AI è un cavernicolo è malaccorta, ingenerosa e a volte furba. Perché, banalmente, questo salto non è come gli altri. E ci mette molto più a rischio degli altri.
Su Giap, Roberto Laghi fa un’analisi molto interessante della nostra sbronza: “Non è un caso che il determinismo tecnologico sia una delle idee che le aziende spingono di più per convincerci che quello che fanno segue il corso inevitabile del progresso e a noi non resta che adattarci: molto del marketing intorno alla cosiddetta «intelligenza artificiale» gira proprio intorno a questo e, noi, ci dicono, o saltiamo sul treno in corsa o saremo esclusi – da tutto, o quasi.”
Leggetelo tutto, perché parla apertamente di tecnofascismo, ma anche delle alternative.
Peraltro, in questi giorni si è discusso molto del manifesto in 22 punti pubblicato dalla Palantir di Peter Thiel. Sono punti prevedibili, per chi ha seguito un po’ l’ascesa del Signor Anticristo e della sua azienda: le Big Tech devono partecipare alla difesa nazionale, il servizio militare deve tornare obbligatorio, le culture non sono uguali, e quindi inclusività e pluralismo sono scatole vuote di cui liberarsi, il software militare è il futuro. Eccetera.
Non ve lo linko perché non voglio contribuire ad aumentare i milioni di visualizzazioni, ma lo trovate un po’ ovunque. E’ interessante quanto Thiel batta sulla “tirannia delle app” chiedendo di pensare in grande, e ribadendo che chi produce tecnologia ha il potere, e che l’intelligenza artificiale è quel potere. E invita ad avere fede in chi lo produce. Per i distratti, la bio di Palantir su X è Software that dominates. E il punto 12 del manifesto dice:
“Un’era di deterrenza, l’era atomica, sta finendo, e una nuova era di deterrenza costruita sull’AI sta per iniziare”.
Gandalf: Un Palantir è un attrezzo pericoloso, Saruman.
Saruman: Perché? Perché dovremmo noi temere di usarlo?

Secondo me gli estensori di decreti, provvedimenti, bandi e quel che volete andrebbero tutelati, perché da quando questo governo è in carica hanno un sovraccarico di lavoro. Pensate soltanto al famoso articolo 30 bis del dl sicurezza, che verrà comunque approvato ma immediatamente dopo lo si correggerà con un provvedimento ad hoc. 
Non è il solo caso. Oggi su Repubblica arriva la notizia che lo scorso 31 marzo a Marzabotto, Fossoli, Museo Cervi, Sant’Anna di Stazzema e Risiera di San Sabba il ministero della Cultura ha comunicato l’entità dei contributi 2026: “circa 364mila euro ciascuna. Peccato che questo significhi un taglio di quasi 65mila rispetto alle previsioni, che si sommano a un’altra sforbiciata da 22mila già stabilita dalla manovra di bilancio”.
Come risponde Giuli? Che il decreto, almeno per Sant’Anna di Stazzema, «era già in via di sterilizzazione attraverso un decreto compensativo». Dunque, prima si fa un decreto e poi lo si modifica con un altro decreto.
C’è qualcosa di illogico e beffardo in tutto questo, e anche di fortemente inquietante. E’ come se non si avesse chiaro quel che si vuole fare davvero, né si calcolano le conseguenze di quanto si fa.

A proposito di quanto si scriveva ieri sulla difficoltà, se non impossibilità, di fare rete nel mondo editoriale. Quando si parla di librerie, sono tutti pronti (tutti: scrittori editori eccetera) a mettersi una mano sul cuore e a proclamare il proprio amore per le librerie indipendenti, baluardo di resistenza.
E’ un po’ ipocrita.
Prendiamo il caso di Fabio Masi, premiato nel 2022 come libraio dell’anno dalla Fondazione per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri: ha aperto Ultima spiaggia a Ventotene nel 2002, la sua gemella a Camogli nel 2011, Amico Ritrovato a Genova nel 2014. “E adesso”, dice, “ho la tentazione di fare il patetico gesto di restituire il premio. Sono stanco dell’ipocrisia del mondo editoriale, stanco delle prese in giro, stanco di tutti coloro che fingono di piangere la chiusura delle librerie indipendenti e perseguono contemporaneamente la loro morte”.
Motivo della stanchezza, la ventilata apertura (poi al momento smentita) di una Ubik a Genova. “Ma dal giorno della nostra apertura a Genova abbiamo dovuto affrontare un proliferare di nuove librerie attorno a noi, due Giunti e un Libraccio, e tutte a pochi metri di distanza”.
“Fin qui abbiamo assorbito il colpo, grazie soprattutto ai nostri clienti e lettori che in alcuni casi sono diventati amici e complici della nostra avventura, che però viene messa a dura prova. Come forse sai, dietro Ubik c’è Messaggerie Libri, il più grande distributore di libri, gli stessi che pochi anni fa ci hanno insignito del titolo di libreria dell’anno. Le Ubik non sono indipendenti: certo, ci lavorano colleghi bravissimi, più bravi di me, ma non possono dirsi indipendenti perché indossano la casacca di Messaggerie. Non si è indipendenti in una libreria di catena: nelle Mondadori il 70% dei libri deve essere appannaggio della casa editrice di proprietà. Qual è l’indipendenza?”.
Insomma, prima ti premiano e poi provano a farti chiudere.

Questa mattina ho postato due frasi da due film, rispettivamente “La Terrazza” di Ettore Scola e “Caterina va in città” di Paolo Virzì. Che sono film sul fallimento.
Le due frasi sono state prese spesso alla lettera: come ha ragione Iacovoni, come ha ragione Mario. Non mi sorprende, anche perché alla fine della fiera quello che emerge da tutti i discorsi faticosamente fatti sullo stato dell’editoria, sulla sua crisi (che peggiorerà, state tranquilli: non per colpa ma anche per effetto dell’uso dell’AI per scriversi e leggersi da soli), è la questione del privilegio. Da una parte quelli pubblicati, dall’altra parte quelli i cui manoscritti vengono respinti. E ancora, da una parte quelli recensiti, da una parte quelli ignorati. E ancora ancora: da una parte quelli che vendono e dall’altra quelli che non vendono. E infine: da una parte quelli che entrano in dozzina (e poi in cinquina, e poi magari vincono) allo Strega e dalla solita altra parte gli altri.
Se posso essere franca: che palle.
Alla fine di Più Libri Più Liberi io ho vivamente sperato che si desse vita a una sorta di Stati Generali dell’Editoria dove partecipassero tutte le parti in causa: chi scrive, chi pubblica, chi traduce, chi edita, corregge, promuove, recensisce, eccetera. Speravo che l’incontro venisse “dal basso” perché  è faccenda su cui non si mettono cappelli. Non è successo, non succederà, siamo tutti qui a un altro giro di festival, saloni, fiere e siam tutti qui a scrivere: oh accidenti, quanto vanno male le cose, oh mannaggia, la letteratura è morta, oh poveretti noi i nostri libri vendono cento copie se va bene. Ed è sempre colpa, come diceva Iacovoni, degli altri. 

A proposito dell’uso dell’AI nella scrittura creativa: in questi giorni ho letto molti interventi contro la “cultura della fatica”, o meglio contro coloro che sostengono che scrivere sia “anche” fatica. Peraltro non stiamo parlando di estrarre coltan in miniera, ma di allenare il cervello, studiare, leggere, cercare, fare le normali cose che si fanno quando si scrive, e che non si ha voglia di delegare alla macchina.
Altre posizioni che ho letto sono più radicali, e sostengono che a essere contro l’AI sono gli sfigati, i tromboni, i poveracci che si ritengono intellettuali e sono solo dei mitomani naturalmente collusi in qualche cerchio magico, disperati che vendicchiano poche copie e tengono rubrichette malpagate da cui pontificare, e che soprattutto  compiono una battaglia di retroguardia perché sono terrorizzati dal perdere i propri privilegi.
Ora, se davvero il metro di paragone fosse questo permettetemi di proporre qui parte di quel che scrive sul New York Times Colson Whitehead, l’autore de La ferrovia sotterranea, lo scrittore che ha vinto due Pulitzer, un National Book Award e svariati altri premi, che non vendicchia e non mi pare proprio mitomane.
La sintesi:
“Il punto è: non dico questo per difendere l’umanità. L’umanità fa schifo. È assolutamente terribile. Dico questo perché credo in una virtù fuori moda che si chiama: “Fai il fottuto lavoro”.
Leggi il libro, non il riassunto.
Scrivi l’articolo, non il prompt.
Soffri come l’artista che sei. Non è facile, ma se fosse facile non varrebbe la pena farlo”.

Se non possono essere l’oggetto del tuo plauso, devono diventare il megafono del tuo nemico per sentirsi, almeno per un momento, rilevanti. Questo, grossomodo, è quanto Anthony Burgess sostiene un po’ ovunque, ma soprattutto nella trilogia di Enderby, non notissima in Italia ma molto interessante per capire alcuni dei comportamenti non solo del mondo editoriale: parla, Burgess, di quei poeti o critici abilissimi nel corteggiare una figura che ritengono rilevante, salvo, quando non ottengono la rilevanza che a loro volta desiderano, schierarsi dalla parte dei denigratori di quella figura. Nella trilogia, Rawcliffe ne è l’esempio perfetto: prima l’ammirazione servile, poi il tradimento, comportamento classico ieri nei cocktail e feste letterarie, e oggi nei social, dove esistono coloro che si aggirano fiutando i personaggi in ascesa, per ricoprirli di lodi e doni, e poi, quando le aspettative che nutrono (e di cui spesso l’oggetto delle medesime tutto ignorano), spruzzano inchiostro come seppie per oscurare chi li ha rifiutati.
Un meccanismo molto simile ma politico viene descritto meravigliosamente da Giorgio Bassani nella poesia Gli ex fascistoni di Ferrara.
Nel mondo vasto, quello della politica nazionale e internazionale, il comportamento dei rancorosi e degli ex fascistoni di Ferrara diventa evidente, e ha conseguenze molto più pesanti: ma nasce tutto dal mondo piccolo, perché, come si diceva ieri, la questione non sta nei potenti impazziti della terra, ma in chi li elegge. Spesso per lo stesso motivo: il risentimento. La sensazione che altri ti abbiano sottratto lo splendore, il successo, la felicità. E finché non ci rendiamo conto che non esistono colpevoli (esiste un sistema che suscita e amplifica questo modo di pensare, certo: ma esiste anche una certa responsabilità individuale, eh), non si va avanti.

Vent’anni fa, nel libro Un terribile amore per la guerra, lo psicoanalista e filosofo James Hillman citò una scena di Patton, generale d’acciaio, vecchio film diretto da Franklin Schaffner. La scena è quella in cui Patton passeggia per il campo di battaglia dopo lo scontro, osserva i cadaveri, gli scheletri dei carri armati in fiamme e dice: “Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita”. La guerra, sosteneva dunque Hillman, è insita nella dimensione umana, come il Male. Lo sappiamo. E sappiamo anche che a volte è molto comodo identificare un solo colpevole per pensare di aver vinto tutto il male esistente. 
In queste ore oscure, con la guerra che si espande riproponendosi come costante delle nostre vite e con gli uomini più potenti della terra che danno segni di squilibrio, qualcuno dice che squilibrio non è, bensì strategia. Può darsi, ma questo significherebbe che dovremmo preoccuparci ancora di più, perché l’elettorato di quegli uomini dà a sua volta segni di profondissimo squilibrio.
A volte gli scrittori e le scrittrici lo capiscono con anticipo.
Nel 2017, Stephen King scrive un articolo per the Guardian. E’ anzi, un esperimento narrativo: immagina un gruppo di elettori di Trump e li sottopone al siero della verità. Poi, li interroga sul motivo per cui hanno votato Trump.
Nove anni dopo, vale ancora.

Fra qualche giorno saranno quarant’anni da quando, alle ore 1:23:45 del 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl esplose. Per un po’, non ne sapemmo molto. Tanto che festeggiamo il 1 maggio come si era sempre fatto, sdraiandoci sui prati e prendendo il sole. Eppure già il 30 aprile erano stati rilevati livelli di radioattività maggiori.  Inizialmente si minimizzò Poi venne emanato il divieto di consumare latte fresco e verdure. Specie per i bambini e le donne incinte.
Io, appunto, ero incinta di sei mesi. 
Racconto questa storia per parlare di maternità e di Natura, argomento che da qualche anno in qua divide in fazioni le donne. Ovviamente questa storia, privata e dunque politica, non ha altro valore se non dire che ci possono essere altri modi, e che sarebbe bello non schernire, ma neanche usare, le paure di ognuna di noi.
Ps. Per questo motivo dovremmo batterci tutte (e tutti) per una legge sul congedo parentale. E dal momento che il solito inferno è la solita buona memoria, come diceva Michela, ricordo che oltre dieci anni fa, quando Alessia Mosca del Pd e Barbara Saltamartini del Pdl presentarono una proposta di legge sul congedo, apriti cielo. Per Il Foglio di Giuliano Ferrara fu “l’ennesima trovata dirigista scovata da due deputate non mamme”,  Vittorio Feltri de Il Giornale la definì “una legge assurda, un imposizione senza senso”, laddove il padre avrebbe goduto “di quattro giorni di ferie (pagate) in più dello scapolo, da trascorrere al bar o in palestra o in altri luoghi definibili ludoteche. In termini crudi, meno giorni di servizio per il dipendente e maggiori oneri per le aziende che già sopportano un costo del lavoro fra i più alti in Europa”.

Fra meno di un mese il Manifesto degli intellettuali antifascisti compirà centoun anni. Come è noto, venne redatto da Benedetto Croce in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile. Andrebbe riletto, anche alla luce delle non poche dichiarazioni da parte della destra di un secolo dopo sul fatto che la cultura, da quando c’è questo governo, è “finalmente pluralista”. E infatti premia i film di Pingitore e boccia il documentario su Regeni.
E tace sulla crisi del libro. In questi giorni sono sotto gli occhi di tutti i dati che riguardano la vendita dei libri. C’è chi parla di stagnazione e chi senza mezzi termini di deriva. Ma le cose vanno male: per dire, le prenotazioni dei libri scendono velocemente, alcuni dicono che siamo “sotto la soglia di visibilità”. In genere, davanti a queste parole e questi numeri, diversi commentatori ribattono che ci sono gli eBook e le biblioteche: questo è vero e bello. Ma non si tiene mai conto che andando avanti così la crisi ci sarà, e l’editoria cambierà. Qualcuno dirà evviva, e io non sono fra questi: perché penso che i libri e il mondo del libro siano una parte indispensabile del nostro essere sociali. E’ la fine di un mondo? Possibile. Quello che verrà sarà migliore? Nessuno può saperlo, ma se leggo di certi fremiti di gioia per un mondo senza autori, sinceramente non sono ottimista: e spero di essere smentita.
(anche perché non si tratta solo di autori, ma di redattori, traduttori, editor, eccetera: immolare questi saperi e queste vite perché il capitalismo è fighissimo, come mi capita di leggere in certi commenti, mi fa orrore. Ma, si sa, sono novecentesca, e faccio un bel po’ di auguri a chi in questo preciso momento magnifica le sorti venture).
(e poi c’è una crisi economica spaventosa in atto, che evidentemente influisce sulla vendita dei libri. Staccare il mondo editoriale dal resto è faccenda pericolosa).

C’è una cosa che mi ha colpito molto, dopo la morte di Beppe Sebaste, ed è il riportare questa morte (che è ingiusta come tutte le morti, specie per chi provava affetto per chi è scomparso) alla situazione degli scrittori invisibili. Annunciando questa morte, appunto, ho scritto che Beppe Sebaste meritava molto di più di quanto ha avuto in vita. Questa mia frase è stata spunto per una serie di riflessioni, alcune molto ampie, altre riportate inevitabilmente al libro proprio.
In questo secondo caso ho contato fino a dieci: non perché non sia legittimo pensare al libro proprio, a tutto ciò in cui si investono anni, fatica, passione, talento.  Ma, come ho avuto modo di dire in privato a chi mi aveva scritto parlando della propria paura di essere ugualmente invisibile, se di sistema si tratta, e di sistema infatti si tratta, non ci si salva da soli.
Provo a tirare qualche somma: da una parte c’è sicuramente un interesse minore nei confronti dei testi letterari da parte di un sistema, e quel sistema punta su alcuni nomi consolidati o su altri che auspica lo diventeranno, assumendo però la sembianza di “caso”, almeno in parte. Dall’altra c’è quello scambiare rilevanza con visibilità che porta a entrare nel meccanismo delle promozioni e dei festival. Dall’altra ancora c’è la critica, su cui non mi sento di gettare le colpe in toto, anche perché la critica ha oggettivamente perso rilevanza, e possiamo pure fare tutte le classifiche di qualità che vogliamo, ma anche in quei casi si vede che l’attenzione si sposta su alcuni autori e non altri, si sposta su quelli che già hanno presenza amicale e professionale nel gruppo dei votanti (pardon, ma questa cosa volevo dirla da un bel po’). E comunque non è questo che fa uscire dall’invisibilità.
Io non so quale sia la soluzione, magari avessi la soluzione: so che non ci sono colpevoli precisi.
E’ che bisognerebbe capovolgere il tavolo e ricominciare in altre forme, visto che infine sull’editoria ci siamo detti tutto quello che andava detto, e a forza di ripetere che così sarà molto difficile andare avanti e superare l’idea che vende ciò che è già vendibile, non si va da nessuna parte. Anche se, e perdonate se mi ripeto ancora, l’esempio di Wu Ming dovrebbe insegnarci qualcosa: costruirsi, nel tempo, una comunità, e rivolgersi a quella comunità, prendendosi anche il peso e la fatica di incontrarla fisicamente. Quella cosa lì non solo “funziona”, ma è un atto politico oltre che letterario.
Mi sembrava importante dirlo perché, sia pure in buonissima fede, il ricordo di Beppe Sebaste  non diventi lo specchio per le paure dei singoli, di tutti noi intendo, ma fosse semmai spunto per capire che la questione non è diventare invisibili.
La questione è combattere.
Anche per la letteratura.

Loredana Lipperini
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