Seconda puntata della discussione sulla fantascienza. Che, almeno per come la vedo io, non è una discussione “contro” un articolo, ma una discussione per capire come mai, nel 2026, un grande inserto culturale di un grande quotidiano pubblichi un articolo che conferma il pregiudizio neanche troppo latente sulla fantascienza stessa e, aggiungo sempre, su tutta la letteratura fantastica. Che ancora oggi viene guardata con sospetto e confinata in un recinto: anche se da quel recinto è uscita fuori da un bel po’.
Pubblico dunque l’intervento (immenso, colto, profondo) di una grande scrittrice italiana di fantascienza, Nicoletta Vallorani, nonché studiosa della medesima, che in proposito ha moltissimo da dire.
Segue domani e dopo e ancora.
“Donna Haraway, filosofa che con questa tipologia di narrazioni ha avuto molto a che fare, in Staying with the trouble (pubblicato in Italia come Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto) suggerisce in modo geniale di sposare il semplice acronimo: “SF” può significare molte cose, ovvero science fiction, speculative fabulation, string figures, speculative feminism, science fact, so far. Si può scegliere. E se si può scegliere, vuol dire che i confini sono caduti e che in questo territorio la migrazione è libera, purché si disponga di un unico passaporto: la capacità di visione. Vorrei che diventasse finalmente chiaro che questa visione si aggancia con una solidità non controvertibile al reale. Il che non vuol dire prevedere il futuro: piuttosto ragionare sui dati del reale per costruire un progetto, che analizza il percorso del cambiamento per mostrare quello che potrebbe accadere.
Potrebbe: un condizionale che dipende dalle scelte che decidiamo di fare, nel mondo reale, dopo averle progettate nel mondo della finzione. Ray Bradbury lo scriveva già nel 1953, rispondendo a un giornalista che probabilmente ragionava come alcuni critici di oggi. Il giornalista gli chiedeva appunto se Farenheit 451 era una previsione del futuro europeo dopo l’esperienza dell’olocausto. Bradbury, non ebbe esitazioni: “I’m a preventer of the future. I’m not a predictor of it”.”
Come promesso, il blog è aperto alle riflessioni sulla fantascienza e sulla sua accoglienza in Italia. C’è qualcosa che non torna, e non si tratta solo di un articolo. Oggi interviene una delle maggiori studiose di letteratura fantastica in Italia, Giuliana Misserville, e la ringrazio per questo.
Individua tre modalità nell’atteggiamento verso la fantascienza, in Italia.
“La terza modalità consiste nell’accogliere la fantascienza nel pantheon della cultura italiana affidandone però la cura a studiosi e scrittori (rigorosamente maschi) che di fantascienza non si sono mai occupati. Come se studiosi e studiose di fantascienza in Italia non ce ne fossero: toh… li avevamo cercati ma non esistevano o non erano disponibili perché stavano portando a spasso il cane. Per un malcelato tentativo di nobilitare così la materia trattata. Vedi Meridiano su Philip Dick.
Queste tre modalità rimandano a una società culturale che ha un’idea di letteratura molto mainstream, molto ingessata, antiquata e forse in buona parte superata o piuttosto ben attenta ai rapporti di potere vigenti nel paese in cui abitiamo.
Mentre io amo la letteratura tutta, e quella di genere in particolare perché come ben individuava Valerio Evangelisti può costituire un potente strumento di critica sociale e politica.
Come la fantascienza è stata la letteratura utilizzata dalle scrittrici americane degli anni Settanta per sovvertire il patriarcato sulla pagina scritta e nella vita reale, oggi, nel nostro paese, la fantascienza e il fantastico sono la letteratura utilizzata dalle soggettività marginalizzate per dire la loro rabbia, parlare di utopia e inventare un altro futuro.”
La cronaca. Su La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, esce un articolo di Mauro Covacich dal titolo “Contro la fantascienza”, dove da una parte ammette una personale distanza di lettore dalla fantascienza medesima (ci sta, son gusti, se elenco le mie idiosincrasie non finiamo più), ma dall’altra rimprovera al genere di non essere stato veritiero nelle sue predizioni. Insomma, di non aver azzeccato quel che raccontava nei suoi romanzi. E, temo, l’errore grave è qui, perché la fantascienza non ha questa vocazione, non vuole immaginare il futuro ma creare mondi, e in quei mondi raccontare il nostro. L’ho detta semplice, altri la diranno meglio, perché a partire da oggi apro il blog agli interventi di scrittrici, scrittori, lettrici e lettori sul punto.
Lo faccio per due motivi. Primo, non amo le tempeste social, che prevedibilmente si sono scatenate su Mauro, che stimo come scrittore e come persona. Secondo, chi lo ha difeso ha detto una solenne fesseria: ovvero che i poveri scrittori letterati non vendono, mentre gli autori di fantascienza sì, essendo brutta gente che scrive romanzi per ragazzini. Dunque, mi sono resa conto che nonostante anni e anni di discussioni, scrittori letterati confondono ancora fantascienza con fantasy, e non parliamo ovviamente dei sottogeneri, e non parliamo dell’horror e del gotico.
Anzi, parliamone. Perché in questo schifare tutto ciò che non è realista (non è il caso di Covacich, ma del collega difensore e di molti altri sì) si perde non soltanto l’opportunità di leggere libri meravigliosi, e molto più letterari dell’ennesimo memoir. Ma ci si dimentica un particolare. Tutta la letteratura è fantastica. Anche se non vogliamo dircelo.
Dunque, comincio da qui, con il primo intervento. Il mio.
Che parte da Carlo Fruttero (la fantascienza “non è profezia, ma una proiezione appassionata dell’oggi su di un avvenire mitico: e per questo aspetto partecipa della letteratura e della poesia”) ad Antonio Caronia (“i sacerdoti e i semplici devoti di quel monte hanno saputo vedere la componente salvifica di quell’enorme simulazione della messa in crisi del mondo e di tutte le possibili forme di cura dello stesso. Assecondare la lacerazione del tessuto della realtà per evidenziarne i punti di rottura e porvi rimedio”). E altre, e altri.
C’è un altro filosofo da chiamare in causa in questi giorni, anche se la sua opera maggiore è stata talmente citata da venire quasi svuotata di significato, ed è Guy Debord. Per Debord lo spettacolo «è il cattivo sogno della società incatenata». Ne consegue che «svegliarsi da quest’ incubo è il primo compito che si assegnano i situazionisti». I quali non ci sono riusciti, com’è noto.
Ricordava Carlo Freccero, in un vecchio articolo, che ne “La società dello spettacolo” Debord identificava due forme di spettacolo, legate a due diverse forme di regime politico: lo spettacolo concentrato, proprio delle società totalitarie e dittatoriali, e lo spettacolo diffuso, proprio delle democrazie occidentali dominate dal consumismo. Nei Commentari introduce il concetto di spettacolo integrato, che ha molte caratteristiche in comune con lo spettacolo concentrato, dove «il centro direttivo è ormai diventato occulto». Qui la Mafia non rappresenta più un residuo arcaico del passato, ma il modello economico vincente: «nell’epoca dello spettacolo integrato, essa appare di fatto come il modello di tutte le imprese commerciali avanzate».
Sette anni fa, Franco Maresco, spiegando il suo film La mafia non è più quella di una volta (premio speciale della giuria a Venezia), diceva:
“E’ una versione molto per i poveri della Società dello spettacolo di Guy Debord, un mondo dove tutto si è azzerato. E’ un film su una tragedia in corso, la mafia, di cui non si parla più, se non nelle fiction: nella più felice delle ipotesi – ti prego di cogliere l’ironia – l’antimafia ha il volto di Pif. L’idea, insomma, è che tutto è allo stesso livello: le fiction, le cerimonie istituzionali, i neomelodici”.
Non ho risposte, ma le cerco sempre.
“La depressione è il lato oscuro della cultura dell’autopromozione”.
Già, insisto.
Ieri mi è capitato di ritrovarmi in un bell’incontro di persone che lavorano nella cultura, e ci sarà tempo per parlarne. E mentre fuori si passava dal forno non ventilato alla grandinata tropicale, mi è capitato di chiedermi come mai di tutte quelle energie, quelle idee, quel desiderio di unirsi per fare, poi trapelasse molto poco all’esterno. O meglio: nelle realtà, anche piccole, in cui si opera, trapela e si tocca con mano. Ma la percezione generale è che chi lavora con la cultura passi il tempo ad autopromuoversi e contemporaneamente a giudicarsi a vicenda.
E in parte è vero: perché è il meccanismo in cui ci troviamo a spingerci a farlo.
Dunque, insisto con Mark Fisher.
Mark Fisher ha parlato di depressione, più volte. E sostiene una cosa che continuiamo a dimenticare: che è il mondo in cui ci muoviamo a privatizzarla, e da ultimo a monetizzarla. Se siete anche voi inseguiti dagli algoritmi social che, insieme alla camminata Tai Chi che ti fa perdere trenta chili in ventotto giorni (buffoni) ti seduce con la psicoterapia online, sapete di cosa parlo. Non che Fisher neghi che esistano cause neurologiche della depressione o della malattia mentale. Dice un’altra cosa, dice che la distruzione dei meccanismi di solidarietà che si deve al capitalismo neoliberista, ci ha lasciati “psicologicamente devastati” e disorientati.
E imprigionati nella precarietà, nella spinta alla performance a tutti i costi, a “tecniche manageriali punitive”, all’impossibilità di pianificare il futuro e, contemporaneamente, all’obbligo di autopromozione continua.
Certo, è più complicato di così, ed essere infestati da questa doppia spinta produce tristezza, solitudine, paura. Odio, anche.
Certo che è difficile liberarsi dai fantasmi e dai vampiri. Intanto, però, bisognerebbe parlarne, bisognerebbe vederli, i benedetti fantasmi, invece di andare a reiterare lo stesso meccanismo che diciamo di combattere ma in cui siamo infilati e che addirittura propagandiamo, in certi in casi anche in buona fede, in altri no. Nel giorno in cui smetteremo di esibire il nostro brand culturale o quello altrui, e torneremo a discutere davvero, anche con foga, anche furiosamente, beh, i fantasmi cominceranno, se non a svanire, a ritirarsi in qualche orologio a pendolo, per riposare un po’.
Ripasso forse utile e forse no, ma proviamoci.
Nel 2013 Mark Fisher pubblica un lungo post, Uscire dal Castello dei Vampiri (Mark Fisher ha tenuto per anni un blog su internet con lo pseudonimo di K-Punk). Rileggerlo vale la pena, dunque ne pubblico alcuni stralci, nella traduzione a cura di Filippo Scafi e Tommaso Garavaglia).
“All’inizio di quest’anno, ci sono state alcune importanti twitterstorms in cui sono state “prese di mira” e condannate alcune particolari figure vicine alla sinistra. Ciò che queste figure affermavano era, a volte, certamente discutibile; tuttavia, il modo in cui sono stati personalmente diffamati e perseguitati nascondeva un residuo, un non-detto, orrendo: il fetore della cattiva coscienza e del moralismo da caccia alle streghe. Il motivo per cui non ho mai parlato di nessuno di questi eventi, mi vergogno a dirlo, è stata la paura. I “bulli” stavano dall’altra parte del parco giochi, e io non volevo attirare la loro attenzione.”
“Il Castello dei Vampiri si nutre dell’energia, delle ansie e delle vulnerabilità dei giovani studenti, ma soprattutto vive trasformando le sofferenze di particolari gruppi – più “marginali” sono, meglio è – in capitale accademico. Le figure più lodate del Castello dei Vampiri sono quelle che hanno individuato un nuovo mercato della sofferenza: chi riesce a trovare un gruppo più oppresso e soggiogato di qualsiasi altro sfruttato in precedenza si troverà promosso molto rapidamente tra i ranghi”.
“I membri del Castello dei Vampiri, piccoli borghesi fino al midollo, sono intensamente competitivi, ma questo viene represso nella maniera passivo-aggressiva tipica della borghesia. Ciò che li tiene insieme non è la solidarietà, ma la paura reciproca – la paura che saranno i prossimi ad essere smascherati, esposti, condannati.”
“”Dobbiamo pensare molto strategicamente a come usare i social media – ricordando sempre che, nonostante l’egalitarismo rivendicato per i social media dagli ingegneri libidinosi del capitale, questo è e rimane attualmente un territorio nemico, dedicato alla riproduzione del capitale stesso. Ma ciò non significa che non possiamo occupare quel terreno e iniziare ad usarlo per produrre coscienza di classe. Dobbiamo uscire dal “dibattito” istituito dal capitalismo comunicativo, al quale il capitale ci esorta sempre a partecipare, e ricordare che siamo coinvolti in una lotta di classe. L’obiettivo non è quello di “essere” un attivista, ma di aiutare la classe operaia ad attivare – e trasformare – se stessa. Fuori dal Castello dei Vampiri, tutto è possibile.”
Sono molto noiosa, lo so da sola, e lo sono soprattutto quando provo ad allargare lo sguardo su quel che accade, e sono soprattutto fuori dai meccanismi di questo tempo che chiede di affrettarsi a intervenire per il terrore di finire nella lista dei cattivi. Del resto, la famosa frase di Proust “ogni lettore, quando legge, legge se stesso”, andrebbe ormai modificata in “ogni lettore, quando legge, vuole leggere la parte migliore di sé”, invece di guardarsi nello specchio deformante di cui parlava Shirley Jackson a proposito di coloro che erano rimasti turbati da “La lotteria”.
Dunque, annoiatevi con me.
Molti anni fa, Girolamo De Michele rifletteva sulla ricorrente figura del cattivo maestro, e sulla facilità con cui si liquida una generazione: con l’aggravante che oggi quella generazione è invecchiata e dunque assume su di sé le colpe dei vecchi, dall’essere ricchi e potenti anche quando non lo sono, all’avere diritto di parola pubblica quando non è esattamente così, o lo è per pochissimi. In una delle sue teorie, che è quella che riguarda la cancellazione di quello che avvenne negli anni Settanta, usò le parole “teoria infame”, e ricordò che da allora nacquero le liste dei buoni e dei cattivi, condannando un’intera generazione “alla confessione pubblica e perpetua, a un senso di colpa inestinguibile”.
Ecco, questa vocazione all’esigere la confessione pubblica e perpetua ci è rimasta addosso, e ovviamente cresce negli anni del berlusconismo, del grillismo, del Covid, e oggi viene usata certamente con astuzia delle destre, ma anche in buona fede da chi non guarda le cause, non analizza le circostanze (che sono spesso fondamentali) ed esige solo un senso di colpa inestinguibile. Che non fa bene a nessuno, neanche alle cause migliori.
Colpa dei giornali? Sì, anche. Colpa dei social? Certo, perché il meccanismo del parla ora o sei connivente è ormai difficilmente frenabile. Colpa nostra? Un po’. Perché non lo abbiamo ripetuto abbastanza, e quando lo ripetiamo ci sentiamo noiosi, e certamente lo siamo. Ma tant’è, occorre provarci lo stesso, sempre e sempre.
Non solo le storie d’amore sono storie di fantasmi, tutte le storie lo sono, anche se non ce ne accorgiamo. Siamo noi che li evochiamo ogni volta che scriviamo, parliamo, proviamo a interagire fra noi. Male, da ultimo. Molto male, almeno in occasioni visibili, perché ormai quel che conta è esattamente questo. Essere visti.
E allora in questo lunedì romano così caldo, così immobile, decido di cominciare la settimana con un fantasma, quello di Euridice. Viene da una poesia, La moglie del mondo, di Carol Ann Duffy (Le Lettere, Firenze 2002, traduzione di Giorgia Sensi Graziani e Andrea Sirotti). Le poesie, spesso, parlano meglio della prosa, e sicuramente delle cronache, e ancor più sicuramente dei social.
Buon lunedì.
“Quanto talento hanno i morti.
I vivi camminano ai bordi di un vasto lago
vicino al silenzio saggio, sommerso, dei morti.”
Nel 1975 Roberto De Simone diventa “il cavaliere Giambattista Basile” e impara “che la matrigna la si può decapitare troncandole la testa in una cassa di biancheria”. Nella ricerca che lo porterà a scrivere una delle più belle opere teatrali del passato recente, La gatta Cenerentola, va sulle tracce della tradizione orale, e impara altro.
La gatta Cenerentola, peraltro, non termina con l’esultanza da parte della medesima, che anzi non ha nessuna fretta di misurare la scarpa. Quando una delle lavandaie la chiama affinché la prova venga fatta e, insomma, amore e innocenza trionfino, la risposta di Cenerentola è:
“E che nn’haggi’ ‘a fa’ d’ ‘o princepe!…Io ccà sto bbona!…Io nun voglio a nisciuno!”.
Passano gli anni, e quel ritorno alle origini della storia proposto da De Simone viene molto spesso dimenticato (purtroppo: chi può, recuperi video e musiche dell’opera). Il malinteso modello Cenerentola – dove la scarpetta viene subito provata e di gatte non c’è traccia – no, e riaffiora soprattutto in molti libri destinati alle donne e alle ragazze dove il lieto fine fa parte del patto con il lettore e non può dunque essere tradito.
Scrivo questo perché nei libri che sto occhieggiando in questi giorni i finali lieti occhieggiano a loro volta, anche quando parlano di catastrofi, e ogni tanto sospiro e vado a rileggermi Hill House, che porta con sé il finale più crudele che conosca.
Israele bombarda Tiro, ed è orrore che si aggiunge all’orrore.
C’è anche una piccola porzione personale in quell’orrore.
Perché ci sono morti antichi che sono stati sepolti in un cantiere.
Esiste un articolo, lontano, del 2017. Lo scrive Massimo Numa, giornalista della Stampa, oggi scomparso: lo scrive su una testata online, Torino Star. Riguarda Graziella De Palo e Italo Toni. Racconta di aver incontrato un confidente, un ex dirigente dei servizi segreti italiani di cui è impossibile sapere il nome (e come trovarlo, questo benedetto nome, visto che sono tutti morti?). Gli dice di sapere tutto. Dice: “Sapevamo tutti i particolari della morte dei due giornalisti, chi li aveva rapiti, poi detenuti in una base palestinese, infine torturati e uccisi. I corpi furono sepolti sotto un cumulo di detriti, in un quartiere non distante da Tiro, vicino al mare, all’interno di un cantiere non lontano da uno svincolo autostradale.”
Non sappiamo chi sia quest’uomo. Non sappiamo se abbia mentito. Quella rivista online non esiste più. L’allora direttore della Stampa, Molinari, disse che Numa non lo aveva informato su nulla. Possiamo solo ricostruire e immaginare quel che avviene il 2 settembre 1980.
Quindi ci ritroviamo qui, sulla via per Tiro. Si vede il mare, ci sono cantieri, ci sono sempre cantieri nelle città devastate dalla guerra e dalle bombe. Nei cantieri ci sono gru, attrezzi, mattoni. Detriti ammonticchiati in un angolo. Sotto la luna in Gemelli gli uomini spostano i detriti, aprono il portabagagli, ne estraggono, immaginiamo con malagrazia, due corpi. Lo svincolo autostradale è all’orizzonte, si intravede alla luce della luna.
Detriti su detriti, oggi. E altre morti insensate, come sempre.
