Torna Chatwin, la scuola nomade di narrazione, nel primo week end di ottobre, e torna con un tema che mi è molto caro: le luci e le ombre della maternità. Quelle luci e quelle ombre sono raccontate con la maestria che le è propria da Simona Vinci, che sarà la maestra del primo corso e che ha appena pubblicato Madonna di rabbia.
«Considera se è una madre adatta, questa, che desidera separarsi, allontanarsi, invece che fondersi e, abbracciata, abbracciare».
Adatta, già. Perché nella narrazione recente sembra tornata l’idea sacra della madre: e non nell’immaginario delle destre, non presso coloro che nel femminile considerano prioritario il ruolo materno, ma un po’ ovunque. Leggete il romanzo di Simona, leggete la storia di Eva e di Alice, e di come il rapporto fra una madre e una figlia possa essere controverso, duro, altalenante, di come manchino gli spazi e l’aria, e di come ci si senta in colpa per questo.
Che siano benedetti i libri che hanno il coraggio di raccontare, e le scrittrici che non temono il giudizio degli e delle altre.
Vi aspettiamo a Bevagna, insomma.

Settembre sta finendo, i superfestival del mese (Mantova e Pordenone) hanno chiuso i battenti e già si cominciano a tirare le prime somme sui libri che sono usciti negli ultimi trenta giorni, appunto per poter essere a Mantova e Pordenone. Le somme non sono meravigliose: anzi, se vogliamo dire le cose come stanno bisogna dire che sono prevedibilmente negative, quasi tutte. Le eccezioni sono quelle che vedete nelle classifiche: un po’ di saggistica (meglio se l’autore è un personaggio spesso ospite nei talk televisivi), un po’ di romance che male non fa (o forse sì, ma mi astengo perché non ho voglia di entrare in polemica alcuna), un paio di gialli, qualche libro di, come chiamarlo, benessere usa e getta? Consigli per vivere felici? Il trash del vecchio Il primo sorso di birra? Quello, insomma.
Niente di nuovo, niente di non previsto. I libri non vendono, il meccanismo è inceppato, i motivi sono in parte sempre quelli e in parte no.
Tra i “sempre quelli”, il numero enorme di novità e il disinteresse per la lettura. Tra gli “in parte no”, la diminuzione costante della capacità di capire un testo, e il fatto che il mondo letterario ha sempre meno rilevanza. A meno che autori e autrici non si trasformino in altro. Tribuni del popolo, performer, intrattenitori.
Però.
Questo non significa che le presentazioni non siano indispensabili, a patto che si abbia davvero qualcosa da dire, qualcosa che riguardi non soltanto quel che si è scritto, ma la vita delle persone che hai davanti. E anche un libro sui gerbilli della Mongolia può essere punto d’incontro, purché tu non lo abbia scritto perché in quel momento il filone editoriale predominante riguarda la vita dei gerbilli (che non mi hanno fatto niente di male, è solo che non mi risulta che a oggi i cari roditori siano protagonisti di romanzi, a differenza dei gatti – che amo ovviamente, ma qui si esagera).
Questo non significa che bisogna smettere di scrivere o di pubblicare. Per paradosso, l’irrilevanza potrebbe persino essere liberatoria, perché magari ci saranno sempre più persone che scriveranno quello che vogliono scrivere davvero, senza infilarsi in un dannato trend (col rischio di arrivare in ritardo, a trend finito). E non venderanno, d’accordo: ma forse toccherà rivedere pure il principio della vendibilità, che dopo tutti questi anni ci ha fatto molto, molto male.
Ci si torna, ovviamente (ma non prendetemi alla lettera, per favore, e lasciate i gerbilli fuori dalle vostre storie).

Molti anni fa, Oreste Del Buono assicurava a un intervistatore che il neorealismo era morto e sepolto: “l’ha ucciso la televisione, né mai lo resusciteranno quei giovanotti presuntuosi e senza talento che osano definirsi neorealisti”. Decadi dopo, la frase resta vera per il neorealismo propriamente detto, ma non per il realismo. 
E quando ci si interroga sulla crisi dell’editoria, questo aspetto viene regolarmente lasciato indietro: quando si rimprovera la mancanza di mondi narrativi, ci si riferisce sempre ai mondi reali, relegando l’aspetto fantastico ai libri per giovani adulti, ed è un errore gravissimo, e sono quasi stanca di ripeterlo.
La più famosa delle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani è Una notte del 43, scritta nel 1955. Il protagonista è Pino Barilari, farmacista: malato, trascorre lunghe giornate dietro la finestra della sua casa, in corso Roma. Risolve cruciverba, guarda fuori. Nella notte del 15 dicembre 1943 assiste all’eccidio del castello Estense, con la fucilazione di undici oppositori del fascismo. Alla fine della guerra, quando si tratta di processare il responsabile (Carlo Aretusi detto Sciagura), Barilari dirà che non ha visto nulla. Dormivo, afferma.
Bene: ci sono diverse storie, di segno diverso, che riportano alla mente Barilari. Ne scelgo una, non vicina, ovvero  la vittoria di Trump alle elezioni americane. All’epoca Roberto Saviano ha scritto su Instagram un lungo intervento contro lo spostamento del dibattito politico sui social, contro la diminuzione della nostra attenzione e l’inquinamento della discussione. Anzi, il suo azzeramento. Ora, ad anni di distanza, neanche un esercito di analisti è riuscito a spiegare fino in fondo quello che è accaduto: possiamo provare a farlo con il paradigma della paura e con quello del rancore, possiamo provare a farlo con la povertà, la rabbia e l’impotenza delle persone che non riescono a vedere un futuro. Ma con ogni probabilità i meme, le battute folgoranti, il credere di muoversi restando fermi sui social non solo non bastano più, ma è tempo di buttare alle ortiche la convinzione che servano. Va bene giocherellare, va bene diffondere informazioni, va bene provare a condividere pensieri. Ma poi basta, si va oltre, si esce, si incontra, si parla, si agisce.
E, ancora una volta, si prova a inventare mondi, che su quel che siamo dicono molto più delle storie di famiglia. Che, come scrive Claudia Durastanti in Falsi amici (leggetelo), rischiano di ottenere l’effetto Barilari. Dormivo. Sognavo, anche. Non ho visto nulla.

Due giorni fa ho letto, sul “New York Times”, la storia di Wim Dijkman, olandese, archeologo comunale, curatore di museo in pensione, ladro di ossa: ha infatti tenuto per sé due denti e un omero che potrebbero appartenere a D’Artagnan, o per meglio dire a Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan, confidente di Luigi XIV e capitano dei suoi Moschettieri della Guardia, morto durante l’assedio di Maastricht nel 1673. E, naturalmente, divenuto protagonista del romanzo di Dumas.
Dijkman è come Achab: è ossessionato non da una balena ma da uno scheletro, perché il suo sogno, e dunque la sua ossessione, è restituire al mondo i resti di uno straordinario personaggio, non solo letterario. Fatto sta che ha cominciato a indagare, e infine, senza richiedere permessi e accampando scuse presso il diacono, ha scavato nella chiesa di San Pietro e Paolo, vicino Maastricht. Copre gli scavi con un tappeto. E, infine, trova effettivamente uno scheletro, mette le ossa in un po’ di sacchetti e prova a cavarsela. Viene arrestato. Resta in cella per qualche ora e infine consegna le ossa. Che sono tuttora sotto esame.
E allora, con una certa tenerezza nei confronti dell’archeologo in pensione che scava in gran segreto dietro l’altare di una chiesa, mi viene in mente che D’Artagnan stesso è il quarto escluso in quella trinità formata dagli altri moschettieri, ed è lui infatti a formulare il  giuramento “Tous pour un, un pour tous”.
Ho ricordato altre volte un saggio del 1998, decisamente ambizioso e meravigliosamente astratto. Si chiamava “D’Artagnan, il quarto escluso”, uscì per Feltrinelli nel 1998, lo scrisse un filosofo tedesco, Reinhard Brandt. E ci fa capire, nei nostri tempi dicotomici, che abbiamo bisogno di un quarto escluso: perché, in una contrapposizione uno a uno non si produce dubbio, non si producono varianti. Non si produce un bel niente.

Io non sono una storica. Non sono una filosofa. Però alcune cose su Emma Bonino voglio dirle, almeno per quanto riguarda la storia delle donne, e dunque dell’aborto, per il semplice fatto che all’epoca ero al Partito radicale. Ero nella segreteria nazionale di Adelaide Aglietta, ero responsabile dell’agenzia di stampa e del giornale “Notizie radicali”. Sono rimasta dal 1976 al 1979, più due anni a Radio radicale.
Bene, in questi giorni ho letto personaggi autorevoli di sinistra fare a pezzi Bonino. Addirittura sostenendo che i radicali hanno fatto di tutto per non arrivare alla depenalizzazione dell’aborto: “proprio così, i radicali hanno votato contro”. E certo che hanno votato contro (Emma piangendo, peraltro): perché la legge 194 non era nel modo più assoluto quella che doveva essere, e presentava già allora il vulnus che oggi rende così difficile la sua piena applicazione. Non era per avere una legge così che dal 1975 si erano raccolte le firme per il referendum abrogativo “degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale”. Furono 700.000 le firme raccolte: il 15 aprile del 1976 venne fissato il giorno per la consultazione referendaria, che però non ebbe seguito  perché il presidente Leone fu costretto a sciogliere le Camere per la seconda volta. 
Sostenere che quel no era dovuto a banale boicottaggio, e che i radicali fossero dei semplici guastatori, significa non aver studiato quegli anni, e peggio voler piegare la storia alle proprie opinioni.
E io non sono una storica. Però una cosa posso farla, per il poco che serve. Il 26 maggio 1978 ho scritto un editoriale per Notizie Radicali: a rileggerlo oggi, è ovviamente ingenuo come possono esserlo le parole di una ragazza di 22 anni. Ma ve lo porgo, tanto per far capire qual era il clima del tempo. E quali i motivi reali di quel voto contrario. 
Ma anche per provare a far capire che contrapporre diritti civili e diritti sociali in nome di una rigidità manichea già vista e sentita è inutile: specie se in questo modo si ribadisce, fra le righe, che la storia delle donne è ininfluente.
L’articolo, che trovate nel post, si intitolava: “Le streghe son fregate”.

Questo. Punta Ala, cinquant’anni fa, giusto cinquant’anni fa. Con altri giovani radicali, si va a trovare Emma, che ha preso una casa per sé e per le bambine in riva al mare. Le due bambine, Aurora detta Ciucci e Rugiada, sono bellissime. Rugiada è molto piccola, una neonata. Emma la tiene in braccio e le canta una ninna nanna bellissima: 

E disse agli uccelletti che non cantassero
perché la bella perché la bella potesse dormir.

Questo voglio ricordare intanto, di Emma Bonino. E poi la salopette di jeans e i sabot rossi. E, certo, anche le sigarette che l’hanno fatta ammalare e che hanno fatto ammalare Marco Pannella (ma era ed è lo spirito del tempo, e per favore, chiunque legga, non batta su questo tasto). Perché questo ricordo nel momento in cui l’ho conosciuta, appunto cinquant’anni fa, e per me nel momento in cui l’ho incontrata per la prima volta a via di Torre Argentina, gli occhi azzurrissimi, la zazzera castana e appunto la salopette, era già una creatura del mito, la ragazza che non aveva paura di farsi arrestare per affermare il diritto delle donne di poter scegliere.
Chiunque oggi prenda parola per ricordare Emma dovrebbe ricordare quella ragazza coraggiosa che sfida la galera e mezza opinione pubblica per le altre donne. Dovrebbe omaggiarla e ricordare quanto le dobbiamo.
E amarla, la bella che ora dorme.

Prima di chiudere il blog per la solita pausa estiva, un piccolo regalo. Ovvero, un post con tutti i link alla discussione sulla fantascienza. Riassunto. Un mese fa, il 28 giugno, esce su La Lettura del Corriere della Sera un articolo di Mauro Covacich,  dal titolo “Contro la fantascienza”, dove da una parte Covacich ammette una personale distanza di lettore dalla fantascienza medesima, ma dall’altra rimprovera al genere di non essere stato veritiero nelle sue predizioni. Insomma, di non aver azzeccato quel che raccontava nei suoi romanzi. 
Le reazioni, inizialmente circoscritte ai social, sono state così numerose (e accese) da avermi convinta ad aprire una discussione approfondita qui, e i contributi sono stati così  interessanti da convincermi a conservarli, o quanto meno a renderli disponibili in modo più agevole.
Nel post li trovate tutti, in ordine di pubblicazione. Grazie, ancora una volta, a tutti e tutte coloro che hanno scritto e riflettuto.
Quanto a voi, commentarium, abbiate una buona estate e resistete (al caldo, a tutto). Sempre.

E così siamo arrivati alla fine: l’auspicio è che tutto quanto scritto fin qui risulti utile per coloro che vogliono uscire dai preconcetti, ma anche dalle difese d’ufficio. Oggi ospito dunque l’intervento di Angela Bernardoni e Andrea Viscusi, che dal 2021 conducono insieme il podcast dedicato alla narrativa fantastica Reading Wildlife. Attivi sui social come @merricat_inthecastle e @andreasdviscusi, hanno pubblicato il saggio Fantascienza – Storia delle storie del futuro (2024, Armillaria Edizioni) e Anatomia della fantascienza: scrivere e leggere fantascienza in modo critico (2025, Lumien).
“Visto che, individualmente e come duo professionale,in quella bolla ci annaspiamo da una ventina d’anni a vario titolo, abbiamo pensato che il nostro contributo al dibattito in corso potesse essere quello di fornire qualche coordinata di base per chi, preso da curiosità, volesse scoprire quello che succede davvero, qui, in Italia, oggi, Anno Domini 2026, nell’ambiente della fantascienza. Non è un intervento da intendersi come pedante e ostile (alla “ehm, actually…”), ma una semplice lista di nozioni che dall’interno della bolla tendiamo a dare per scontate al punto che non le trasmettiamo fuori, con la convinzione che siano conoscenza comune, un po’ come spiegare agli statunitensi che hanno scoperto il calcio in questi mondiali che sì, i calciatori giocano un campionato ogni stagione, non vengono scongelati ogni quattro anni. D’altra parte se sugli inserti culturali viene fatto senza remore mainsplaing, la spiegazione da parte della cultura mainstream di sottoculture che dichiara candidamente di ignorare, noi possiamo permetterci di fare fringesplaining e raccontare in prima persona il mondo in cui viviamo. Ecco quindi un pratica lista di informazioni di rapida consultazione.”

Siamo alle ultime puntate della discussione sulla fantascienza che, almeno momentaneamente, si chiude sul blog domani. Anche perché subito dopo il blog medesimo va in vacanza fino a settembre, salvo avvenimenti eccezionali. Dunque pubblico due interventi. Il primo è di Filippo Barbera, docente di sociologia economica e del lavoro presso l’Università di Torino, direttore della rivista “Dissonanze. Culture/Società/Conflitti”.
Il secondo è di Meltea Keller (Marina Biscarini), si occupa di cinema, videomaking e, ovviamente, di fantascienza, specialmente cli-fi.
Grazie a loro e a chiunque abbia partecipato: domani si tirano le somme.
Barbera: “Rendendo strano (M. Fisher, The Weird and the Eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, Minimum Fax, 2018) ciò che appare normale, la fantascienza costringe a mettere in discussione norme, valori e istituzioni date per scontate. Distopie e utopie permettono di osservare con sguardo nuovo fenomeni come il patriarcato, il controllo dei corpi, la sorveglianza, la mercificazione della vita o le disuguaglianze estreme del capitalismo tecno-finanziario. Immaginare una società fondata su un reddito di base universale non serve a prevederne con precisione gli esiti, ma a esplorare come potrebbero cambiare le relazioni familiari, il significato del lavoro, l’istruzione o le aspettative di vita.”
Keller: “Maggie Gee ha previsto l’inasprimento della lotta per la parità di genere in un mondo in preda alla crisi economica e climatica, con il tech schierato con il patriarcato (The Ice People), David Mitchell nell’ultimo libro di The Bone Clocks, rappresenta un’Inghilterra in preda al cambiamento climatico e alle rivolte violente perché è quello che succede quando un sistema crolla, Bruno Arpaia ha spostato tutto ciò in prospettiva di una migrazione di massa dal sud dell’Europa che riprende quella già esistente dei migranti climatici… prevedere o capire come mai siamo arrivati fin qui (come Winterson in The Stone Gods) è uno dei tratti fondativi del genere e il genere è figlio della fantascienza. È un genere militante e cerca modi per parlare dell’oggi incidendo sul sociale. Non ha niente da invidiare al realismo sociale. Per dirla con Arpaia, è realismo aumentato – come la realtà aumentata.”

Mi scrive Stefano Trucco, collaboratore assai attivo di Snaporaz, nonché bibliotecario, nonché scrittore: ha pubblicato i romanzi Fight Night (Bompiani, 2014) e Il Gran Bazar del XX Secolo (Aguaplano, 2019), oltre alla novella 1958. Una storia dell’Età Atomica (Intermezzi, 2018). Il suo intervento non fa sconti neanche alla comunità fantascientifica, ma com’è giusto va letto. Ed eccolo.
“Se è vero, ed è ovviamente vero, che la descrizione del futuro è il modo che il genere ha di parlare del presente, allora uno potrebbe, attraverso l’aderenza dei vari futuri possibili al corso degli eventi, ragionare sull’incapacità dell’autore di capire il suo stesso presente (e qui scorrerebbe il sangue). L’altro problema critico della SF, poi, è la sua pretesa che la discussione, anche di livello, rimanga sempre rigorosamente rinchiusa nei confini del genere: Philip K. Dick può essere paragonato a Ballard, a Silverberg, a Heinlein o LeGuin, ma mai, assolutamente, a Pynchon, DeLillo, Beckett o Pirandello. Quando ci si prova, come nel recente Meridiano a lui dedicato e curato da Emanuele Trevi e Emmanuel Carrère (autore fra l’altro di una sua pregevole biografia romanzata), la reazione della comunità copre tutto lo spettro dall’infastidito all’ostile (è vero che ci sono in Italia fior di studiosi seri di Dick che si muovono all’interno delle coordinate del genere, come Carlo Pagetti e Umberto Rossi, ma l’obbiettivo, come lo vedo io, era un altro e sarebbe piaciuto molto a Dick stesso, scrittore realista frustrato). Del resto, se per gli scrittori mainstream ci sono sempre meno problemi a usare tropi fantascientifici, sia pure con alterni risultati (per dire, Lo Smeraldo, di Mario Soldati, è probabilmente il miglior romanzo di fantascienza italiano di sempre, mentre Il Pianeta Irritabile, di Paolo Volponi, decisamente no e La Fantarca di Giuseppe Berto è uno dei peggiori romanzi che io abbia mai letto – ma non dimentichiamo che Ishiguro c’ha vinto il Nobel con la sua ‘fantascienza che non osa dire il proprio nome’), gli scrittori di fantascienza sono molto più restii ad abbandonare la loro comfort zone e puntare al realismo e del resto, se la letteratura è un sottogenere della fantascienza perché sbattersi?”

Loredana Lipperini
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