Leggete “Falsi amici” di Claudia Durastanti, per molti motivi: uno, in particolare, riguarda la letteratura working class, e anche il ruolo dei non moltissimi che la praticano e diffondono. Il motivo è in una domanda: cosa dà ai suoi lettori la (o il) transfuga di classe che racconta le proprie origini? Quanto incide su coloro che non hanno la possibilità di compiere lo stesso salto, ammesso che di salto si tratti?
Ci ripensavo, dopo averla intervistata (a breve su Cose molto preziose), perché questo è un problema nel problema.
Piccolo tuffo nella realtà.
Uso le parole di Alessandro Trocino nella newsletter del Corriere della Sera:
“Ieri è arrivata la notizia di un salto in avanti dell’inflazione, che da agosto a settembre passa dal 3,3 al 4,2%. Sono numeri che dicono poco, ma se andate a comprare frutta e verdura al mercato o al supermercato, ve ne accorgerete. E comunque, questi altri numeri forse chiariscono il quadro: secondo l’Unione nazionale consumatori, questo aumento equivale per una coppia con due figli a un salasso di 1.516 euro in più all’anno (senza figli, «solo» di 1.122 euro)”.
Ora, non è che la letteratura possa abbassare il costo della vita. Però si potrebbe almeno porre fine a quell’ostinato volare con la testa voltata indietro come l’angelo della storia di Benjamin, e quanto meno diluire le saghe del passato dove eroiche ave attraversano le due guerre per poi approdare negli anni del boom, perché tutto questo oscura l’oggi. Illude che non ci sia altra postura possibile se non quella di ieri, così come i romance (è un’altra delle tesi sostenute in Falsi amici) illudono che non esista altra forma di sentimento se non quella narrata in quelle storie.
Sono un po’ di giorni che penso e ripenso alla lettura e a come leggiamo. Non cosa, come. Perché è molto facile sconsolarsi sulle classifiche, un po’ più difficile capire cosa ci porta alle medesime. Ed è ancora più difficile trovare risposte a una serie di domande.
Ovvero, leggiamo sempre allo stesso modo oppure la nostra vita di lettori e lettrici si è fatta più frammentata, appunto, e cede alle interruzioni o ai sottofondi? E questo comporta più o meno concentrazione? E, ancora, la concentrazione è sempre necessaria? Mi spiego, se io sospendo la lettura de L’ora di greco di Han Kang per andare a vedere le immagini della Biblioteca di San Gallo arricchisco o svilisco il libro che ho fra le mani?
Sto leggendo parecchio e sto leggendo, come al solito, più libri contemporaneamente: era una vecchia abitudine da lettrice professionista e prima ancora da lettrice appassionata. Saltare da un libro all’altro, però, non mi infastidisce, e non mi distrae. In questi giorni, per dire, ho fra le mani le bozze dell’ultimo romanzo di King, Altri mondi oltre a questo, Anarchica la morte di Giordano Meacci e Le sussurratrici di Giulia Paganelli. Immergermi, riemergere, “flippare” (come direbbe King quando parla di passaggi fra un mondo e l’altro) da una storia all’altra non mi toglie nulla. Anzi, viaggiare di universo in universo mi arricchisce.
Ma questa non è una risposta, ovvio.
Proprio oggi, dopo aver letto le notizie sulla disponibilità francese a collaborare sulla strage di Ustica, mi torna in mente Andrea Purgatori. Né potrebbe essere diversamente, perché Ustica è stata la sua ossessione di uomo e giornalista. E allora mi sembra giusto ripubblicare qui quello che ho scritto per La Stampa tre anni e qualche mese fa, in occasione della sua ingiusta morte. Come risarcimento? No, soprattutto come memoria. Non esiste risarcimento, in questi casi.
Quando l’aereo cade, Andrea Purgatori ha 27 anni. Quella sera, raccontò, aveva mangiato salato e nella notte si alzò per bere. Era ancora davanti al frigorifero quando squillò il telefono: era un suo contatto, che gli disse che l’aereo era caduto. Non ti far fregare, l’hanno colpito, gli disse. Non ti far fregare, ribadì, prima di riattaccare. Partì da quella telefonata la lunga inchiesta di Purgatori che, passo dopo passo, ancora una volta, confutava le verità ufficiali. Nessuna bomba, fu un missile. Ci si dedicò per anni (ha forse mai smesso di farlo?), lavorando con i familiari delle vittime. Nel 1991 lavorò alla sceneggiatura del film di Marco Risi, Il muro di gomma. A rileggere oggi le parole conclusive si capisce che Andrea Purgatori era tutto là, in quei perché: “Perché chi sapeva è stato zitto? Perché chi poteva scoprire non si è mosso? Perché questa verità era così inconfessabile da richiedere il silenzio, l’omertà, l’occultamento delle prove? C’era la guerra quella notte del 27 giugno 1980: c’erano 69 adulti e 12 bambini che tornavano a casa, che andavano in vacanza, che leggevano il giornale, o giocavano con una bambola. Quelli che sapevano hanno deciso che i cittadini, la gente, noi non dovevamo sapere: hanno manomesso le registrazioni, cancellato i tracciati radar, bruciato i registri, hanno inventato esercitazioni che non sono mai avvenute, intimidito i giudici, colpevolizzato i periti. E poi, hanno fatto la cosa più grave di tutte: hanno costretto i deboli a partecipare alla menzogna, trasformando l’onestà in viltà, la difesa disperata del piccolo privilegio del posto di lavoro in mediocrità, in bassezza. Ora, finalmente, mentre fuori da questo palazzo, dove lo Stato interroga lo Stato, piove, a molti sembra di vedere un po’ di sole. Aspetta. Queste ultime tre righe non mi piacciono. Aggiungi soltanto… Perché? “
C’è un Festival a Roma per cui bisognerebbe ogni giorno ringraziare: è InQuiete, che nasce dieci anni fa, e sembra ieri. Lo organizza un gruppo di donne, attiviste culturali, amiche, insieme alla Libreria Tuba, che è un altro luogo per cui bisogna ringraziare ogni giorno. Per chi non lo conoscesse, è un festival di scrittrici: ma non è frequentato solo da donne, perché quest’anno, per esempio, c’erano moltissimi uomini fra il pubblico ad ascoltare tutto quello che si può dire sulla scrittura e non solo. Si parla di questioni letterarie, di scuola, di economia, di cultura, c’è una fellowship, LetteraFutura, che ogni anno permette a una scrittrice esordiente di pubblicare. Ci si incontra, si ascolta.
Far finire il trauma della solitudine è possibile attraverso due cose: gli incontri e le storie. InQuiete permette entrambe. Certo, ci vorrà ancora tempo, ma almeno le basi vengono poste.
Per esempio, ieri sera ho partecipato all’incontro di chiusura, una staffetta collettiva sulla parola Rivolta. Vi posto qui il mio intervento, che riassume molte cose di cui ho parlato in questa settimana. Ma un singolo intervento non vale, non conta: conta, ancora una volta, l’insieme di tutte le storie. Perché solo così la rivolta è possibile.
Grazie, InQuiete.
Torna Chatwin, la scuola nomade di narrazione, nel primo week end di ottobre, e torna con un tema che mi è molto caro: le luci e le ombre della maternità. Quelle luci e quelle ombre sono raccontate con la maestria che le è propria da Simona Vinci, che sarà la maestra del primo corso e che ha appena pubblicato Madonna di rabbia.
«Considera se è una madre adatta, questa, che desidera separarsi, allontanarsi, invece che fondersi e, abbracciata, abbracciare».
Adatta, già. Perché nella narrazione recente sembra tornata l’idea sacra della madre: e non nell’immaginario delle destre, non presso coloro che nel femminile considerano prioritario il ruolo materno, ma un po’ ovunque. Leggete il romanzo di Simona, leggete la storia di Eva e di Alice, e di come il rapporto fra una madre e una figlia possa essere controverso, duro, altalenante, di come manchino gli spazi e l’aria, e di come ci si senta in colpa per questo.
Che siano benedetti i libri che hanno il coraggio di raccontare, e le scrittrici che non temono il giudizio degli e delle altre.
Vi aspettiamo a Bevagna, insomma.
Settembre sta finendo, i superfestival del mese (Mantova e Pordenone) hanno chiuso i battenti e già si cominciano a tirare le prime somme sui libri che sono usciti negli ultimi trenta giorni, appunto per poter essere a Mantova e Pordenone. Le somme non sono meravigliose: anzi, se vogliamo dire le cose come stanno bisogna dire che sono prevedibilmente negative, quasi tutte. Le eccezioni sono quelle che vedete nelle classifiche: un po’ di saggistica (meglio se l’autore è un personaggio spesso ospite nei talk televisivi), un po’ di romance che male non fa (o forse sì, ma mi astengo perché non ho voglia di entrare in polemica alcuna), un paio di gialli, qualche libro di, come chiamarlo, benessere usa e getta? Consigli per vivere felici? Il trash del vecchio Il primo sorso di birra? Quello, insomma.
Niente di nuovo, niente di non previsto. I libri non vendono, il meccanismo è inceppato, i motivi sono in parte sempre quelli e in parte no.
Tra i “sempre quelli”, il numero enorme di novità e il disinteresse per la lettura. Tra gli “in parte no”, la diminuzione costante della capacità di capire un testo, e il fatto che il mondo letterario ha sempre meno rilevanza. A meno che autori e autrici non si trasformino in altro. Tribuni del popolo, performer, intrattenitori.
Però.
Questo non significa che le presentazioni non siano indispensabili, a patto che si abbia davvero qualcosa da dire, qualcosa che riguardi non soltanto quel che si è scritto, ma la vita delle persone che hai davanti. E anche un libro sui gerbilli della Mongolia può essere punto d’incontro, purché tu non lo abbia scritto perché in quel momento il filone editoriale predominante riguarda la vita dei gerbilli (che non mi hanno fatto niente di male, è solo che non mi risulta che a oggi i cari roditori siano protagonisti di romanzi, a differenza dei gatti – che amo ovviamente, ma qui si esagera).
Questo non significa che bisogna smettere di scrivere o di pubblicare. Per paradosso, l’irrilevanza potrebbe persino essere liberatoria, perché magari ci saranno sempre più persone che scriveranno quello che vogliono scrivere davvero, senza infilarsi in un dannato trend (col rischio di arrivare in ritardo, a trend finito). E non venderanno, d’accordo: ma forse toccherà rivedere pure il principio della vendibilità, che dopo tutti questi anni ci ha fatto molto, molto male.
Ci si torna, ovviamente (ma non prendetemi alla lettera, per favore, e lasciate i gerbilli fuori dalle vostre storie).
Molti anni fa, Oreste Del Buono assicurava a un intervistatore che il neorealismo era morto e sepolto: “l’ha ucciso la televisione, né mai lo resusciteranno quei giovanotti presuntuosi e senza talento che osano definirsi neorealisti”. Decadi dopo, la frase resta vera per il neorealismo propriamente detto, ma non per il realismo.
E quando ci si interroga sulla crisi dell’editoria, questo aspetto viene regolarmente lasciato indietro: quando si rimprovera la mancanza di mondi narrativi, ci si riferisce sempre ai mondi reali, relegando l’aspetto fantastico ai libri per giovani adulti, ed è un errore gravissimo, e sono quasi stanca di ripeterlo.
La più famosa delle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani è Una notte del 43, scritta nel 1955. Il protagonista è Pino Barilari, farmacista: malato, trascorre lunghe giornate dietro la finestra della sua casa, in corso Roma. Risolve cruciverba, guarda fuori. Nella notte del 15 dicembre 1943 assiste all’eccidio del castello Estense, con la fucilazione di undici oppositori del fascismo. Alla fine della guerra, quando si tratta di processare il responsabile (Carlo Aretusi detto Sciagura), Barilari dirà che non ha visto nulla. Dormivo, afferma.
Bene: ci sono diverse storie, di segno diverso, che riportano alla mente Barilari. Ne scelgo una, non vicina, ovvero la vittoria di Trump alle elezioni americane. All’epoca Roberto Saviano ha scritto su Instagram un lungo intervento contro lo spostamento del dibattito politico sui social, contro la diminuzione della nostra attenzione e l’inquinamento della discussione. Anzi, il suo azzeramento. Ora, ad anni di distanza, neanche un esercito di analisti è riuscito a spiegare fino in fondo quello che è accaduto: possiamo provare a farlo con il paradigma della paura e con quello del rancore, possiamo provare a farlo con la povertà, la rabbia e l’impotenza delle persone che non riescono a vedere un futuro. Ma con ogni probabilità i meme, le battute folgoranti, il credere di muoversi restando fermi sui social non solo non bastano più, ma è tempo di buttare alle ortiche la convinzione che servano. Va bene giocherellare, va bene diffondere informazioni, va bene provare a condividere pensieri. Ma poi basta, si va oltre, si esce, si incontra, si parla, si agisce.
E, ancora una volta, si prova a inventare mondi, che su quel che siamo dicono molto più delle storie di famiglia. Che, come scrive Claudia Durastanti in Falsi amici (leggetelo), rischiano di ottenere l’effetto Barilari. Dormivo. Sognavo, anche. Non ho visto nulla.
Due giorni fa ho letto, sul “New York Times”, la storia di Wim Dijkman, olandese, archeologo comunale, curatore di museo in pensione, ladro di ossa: ha infatti tenuto per sé due denti e un omero che potrebbero appartenere a D’Artagnan, o per meglio dire a Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan, confidente di Luigi XIV e capitano dei suoi Moschettieri della Guardia, morto durante l’assedio di Maastricht nel 1673. E, naturalmente, divenuto protagonista del romanzo di Dumas.
Dijkman è come Achab: è ossessionato non da una balena ma da uno scheletro, perché il suo sogno, e dunque la sua ossessione, è restituire al mondo i resti di uno straordinario personaggio, non solo letterario. Fatto sta che ha cominciato a indagare, e infine, senza richiedere permessi e accampando scuse presso il diacono, ha scavato nella chiesa di San Pietro e Paolo, vicino Maastricht. Copre gli scavi con un tappeto. E, infine, trova effettivamente uno scheletro, mette le ossa in un po’ di sacchetti e prova a cavarsela. Viene arrestato. Resta in cella per qualche ora e infine consegna le ossa. Che sono tuttora sotto esame.
E allora, con una certa tenerezza nei confronti dell’archeologo in pensione che scava in gran segreto dietro l’altare di una chiesa, mi viene in mente che D’Artagnan stesso è il quarto escluso in quella trinità formata dagli altri moschettieri, ed è lui infatti a formulare il giuramento “Tous pour un, un pour tous”.
Ho ricordato altre volte un saggio del 1998, decisamente ambizioso e meravigliosamente astratto. Si chiamava “D’Artagnan, il quarto escluso”, uscì per Feltrinelli nel 1998, lo scrisse un filosofo tedesco, Reinhard Brandt. E ci fa capire, nei nostri tempi dicotomici, che abbiamo bisogno di un quarto escluso: perché, in una contrapposizione uno a uno non si produce dubbio, non si producono varianti. Non si produce un bel niente.
Io non sono una storica. Non sono una filosofa. Però alcune cose su Emma Bonino voglio dirle, almeno per quanto riguarda la storia delle donne, e dunque dell’aborto, per il semplice fatto che all’epoca ero al Partito radicale. Ero nella segreteria nazionale di Adelaide Aglietta, ero responsabile dell’agenzia di stampa e del giornale “Notizie radicali”. Sono rimasta dal 1976 al 1979, più due anni a Radio radicale.
Bene, in questi giorni ho letto personaggi autorevoli di sinistra fare a pezzi Bonino. Addirittura sostenendo che i radicali hanno fatto di tutto per non arrivare alla depenalizzazione dell’aborto: “proprio così, i radicali hanno votato contro”. E certo che hanno votato contro (Emma piangendo, peraltro): perché la legge 194 non era nel modo più assoluto quella che doveva essere, e presentava già allora il vulnus che oggi rende così difficile la sua piena applicazione. Non era per avere una legge così che dal 1975 si erano raccolte le firme per il referendum abrogativo “degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale”. Furono 700.000 le firme raccolte: il 15 aprile del 1976 venne fissato il giorno per la consultazione referendaria, che però non ebbe seguito perché il presidente Leone fu costretto a sciogliere le Camere per la seconda volta.
Sostenere che quel no era dovuto a banale boicottaggio, e che i radicali fossero dei semplici guastatori, significa non aver studiato quegli anni, e peggio voler piegare la storia alle proprie opinioni.
E io non sono una storica. Però una cosa posso farla, per il poco che serve. Il 26 maggio 1978 ho scritto un editoriale per Notizie Radicali: a rileggerlo oggi, è ovviamente ingenuo come possono esserlo le parole di una ragazza di 22 anni. Ma ve lo porgo, tanto per far capire qual era il clima del tempo. E quali i motivi reali di quel voto contrario.
Ma anche per provare a far capire che contrapporre diritti civili e diritti sociali in nome di una rigidità manichea già vista e sentita è inutile: specie se in questo modo si ribadisce, fra le righe, che la storia delle donne è ininfluente.
L’articolo, che trovate nel post, si intitolava: “Le streghe son fregate”.
Questo. Punta Ala, cinquant’anni fa, giusto cinquant’anni fa. Con altri giovani radicali, si va a trovare Emma, che ha preso una casa per sé e per le bambine in riva al mare. Le due bambine, Aurora detta Ciucci e Rugiada, sono bellissime. Rugiada è molto piccola, una neonata. Emma la tiene in braccio e le canta una ninna nanna bellissima:
E disse agli uccelletti che non cantassero
perché la bella perché la bella potesse dormir.
Questo voglio ricordare intanto, di Emma Bonino. E poi la salopette di jeans e i sabot rossi. E, certo, anche le sigarette che l’hanno fatta ammalare e che hanno fatto ammalare Marco Pannella (ma era ed è lo spirito del tempo, e per favore, chiunque legga, non batta su questo tasto). Perché questo ricordo nel momento in cui l’ho conosciuta, appunto cinquant’anni fa, e per me nel momento in cui l’ho incontrata per la prima volta a via di Torre Argentina, gli occhi azzurrissimi, la zazzera castana e appunto la salopette, era già una creatura del mito, la ragazza che non aveva paura di farsi arrestare per affermare il diritto delle donne di poter scegliere.
Chiunque oggi prenda parola per ricordare Emma dovrebbe ricordare quella ragazza coraggiosa che sfida la galera e mezza opinione pubblica per le altre donne. Dovrebbe omaggiarla e ricordare quanto le dobbiamo.
E amarla, la bella che ora dorme.
