Nel 1975 Roberto De Simone diventa “il cavaliere Giambattista Basile” e impara “che la matrigna la si può decapitare troncandole la testa in una cassa di biancheria”. Nella ricerca che lo porterà a scrivere una delle più belle opere teatrali del passato recente, La gatta Cenerentola, va sulle tracce della tradizione orale, e impara altro.
La gatta Cenerentola, peraltro, non termina con l’esultanza da parte della medesima, che anzi  non ha nessuna fretta di misurare la scarpa. Quando una delle lavandaie la chiama affinché la prova venga fatta e, insomma, amore e innocenza trionfino, la risposta di Cenerentola è:
“E che nn’haggi’ ‘a fa’ d’ ‘o princepe!…Io ccà sto bbona!…Io nun voglio a nisciuno!”.
Passano gli anni, e quel ritorno alle origini della storia proposto da De Simone viene molto spesso dimenticato (purtroppo: chi può, recuperi video e musiche dell’opera). Il malinteso modello Cenerentola – dove la scarpetta viene subito provata e di gatte non c’è traccia –  no, e riaffiora soprattutto in molti libri destinati alle donne e alle ragazze dove il lieto fine fa parte del patto con il lettore e non può dunque essere tradito.
Scrivo questo perché nei libri che sto occhieggiando in questi giorni i finali lieti occhieggiano a loro volta, anche quando parlano di catastrofi, e ogni tanto sospiro e vado a rileggermi Hill House, che porta con sé il finale più crudele che conosca.

Israele bombarda Tiro, ed è orrore che si aggiunge all’orrore.
C’è anche una piccola porzione personale in quell’orrore.
Perché ci sono morti antichi che sono stati sepolti in un cantiere.
Esiste un articolo, lontano, del 2017. Lo scrive Massimo Numa, giornalista della Stampa, oggi scomparso: lo scrive su una testata online, Torino Star. Riguarda Graziella De Palo e Italo Toni. Racconta di aver incontrato un confidente, un ex dirigente dei servizi segreti italiani di cui è impossibile sapere il nome (e come trovarlo, questo benedetto nome, visto che sono tutti morti?). Gli dice di sapere tutto. Dice: “Sapevamo tutti i particolari della morte dei due giornalisti, chi li aveva rapiti, poi detenuti in una base palestinese, infine torturati e uccisi. I corpi furono sepolti sotto un cumulo di detriti, in un quartiere non distante da Tiro, vicino al mare, all’interno di un cantiere non lontano da uno svincolo autostradale.”
Non sappiamo chi sia quest’uomo. Non sappiamo se abbia mentito. Quella rivista online non esiste più. L’allora direttore della Stampa, Molinari, disse che Numa non lo aveva informato su nulla. Possiamo solo ricostruire e immaginare quel che avviene il 2 settembre 1980. 
Quindi ci ritroviamo qui, sulla via per Tiro. Si vede il mare, ci sono cantieri, ci sono sempre cantieri nelle città devastate dalla guerra e dalle bombe. Nei cantieri ci sono gru, attrezzi, mattoni. Detriti ammonticchiati in un angolo. Sotto la luna in Gemelli gli uomini spostano i detriti, aprono il portabagagli, ne estraggono, immaginiamo con malagrazia, due corpi. Lo svincolo autostradale è all’orizzonte, si intravede alla luce della luna.
Detriti su detriti, oggi. E altre morti insensate, come sempre.

C’è un momento in una delle ultime puntate di “Due Spicci” di Zerocalcare dove, almeno secondo me, si tocca uno dei nodi della serie: è quello in cui si racconta il motivo per cui Secco conosce due fratelli poco raccomandabili. Siamo negli anni della preadolescenza, e l’iniziazione dei ragazzini al mondo adulto avviene attraverso le carte di Magic – The Gathering. Che prima sono state la meravigliosa scoperta del gioco, un po’ come lo fu per i preadolescenti della generazione precedente Dungeons&Dragons, e poi sono diventate un addestramento al capitalismo, per dirla semplice semplice.
Cito l’episodio perché, sempre secondo me, “Due Spicci” è molto di più di una serie generazionale, molto di più di un racconto dei dubbi e le disillusioni di chi sfiora o ha appena superato i 40 anni senza neanche sapere come sia avvenuto, e scopre che non è del tutto vero che si possa sempre e comunque affrontare ogni difficoltà in gruppo, magari con gli amici e le amiche con cui si è cresciuto. Del resto, questo è uno dei nodi del passaggio definitivo all’età adulta e ne “Il corpo”, Stephen King lo dice chiaramente: “Non ho più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni: Gesù, chi li ha?”.
Ma Zerocalcare non è Sally Rooney (con tutto il rispetto, ovvio): perché le sue storie, e questa soprattutto, sono molto di più. E se non ci si ferma solo sui riferimenti ai Goonies e a Final Fantasy si vede quella che è ben più di una cornice: una Roma percorsa da fiumi di cocaina, per esempio, una Roma dove i centri antiviolenza fanno quello che possono ma sono bloccati dalla burocrazia e dalla mancanza di posti letto, una Roma dove alcune periferie sono territorio di quello che si chiamava mondo di mezzo, quello di Massimo Carminati e di Mafia Capitale, per cui nel mondo di sopra c’è chi comanda e nel mondo di sotto c’è la criminalità comune che ruba e spaccia.
Certo, ho letto in una recensione che Zerocalcare è più bravo quando è intimista e non quando è politico. Su affermazioni di questo tipo, cedo volentieri la parola all’Armadillo. E immagino sappiate come risponderebbe.

La polemica, fin qui, è durata otto giorni. E’ partita dall’intervista a Erri De Luca riportata dal Foglio, dalle dichiarazioni di Francesco De Gregori e si è espansa fino a toccare il ruolo degli intellettuali, scivolando nel frame antico (e, se permettete, di destra) dell’intellettuale come pavido, custode del presente, incline a proteggere i propri simili.
Dunque, andando fuori fuoco.
Ho provato, in otto puntate, a raccontare da dove nasce tutto questo e perché rappresenta un pericolo (non per gli intellettuali). Le puntate erano su Facebook e Instagram. Come promesso, le riporto qui.
Non è un proclama, evidentemente, ma una considerazione su di noi (pure io, ovvio) e sulla necessità di guardare lungo, di non autocelebrarsi, di non presentarsi come buoni e bravi e unici depositari della battaglia. Spero sia utile.

“In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria”.
Non è che muoia dalla voglia di ripescare Sun Tzu, però a volte serve. Mi sembra che fin qui la polemica su Erri De Luca e Francesco De Gregori si sia mossa sui binari della regolarità: indignazione, attacco, picco (l’esclusione di De Luca da Salerno Letteratura) cui seguirà dimenticanza.
Se faccio una semplice ricerca su Google per ottenere le ultime notizie su Gaza mi appare questa storia. Devo rifarla in inglese per conoscere quanti sono gli ultimi morti (e ci sono).  Ovviamente sto parlando di informazione generica, chi vuole informarsi su Gaza sa dove farlo, su quali siti e quali profili social, che sono al momento i più affidabili, ovviamente conoscendoli.

Che significa questo? Che la discussione sul mondo culturale italiano è improvvisamente diventa vivace, come mi ha scritto ieri un commentatore a cui sono molto affezionata? Non è vero, secondo me: semplicemente, è molto facile distrarci, e ci sono sempre, come ripeto fin dal primo giorno, alcuni personaggi/testate/altro che sono bravissimi nella strategia della distrazione, e noi ci cadiamo con tutte le scarpe e le pantofole.
Per questo ha ragione Massimo Carlotto nel dire che la discussione non lo appassiona.
Però quel che vorrei sottolineare è che mentre discutiamo di Salerno Letteratura avviene altro, e su quell’altro dovremmo concentrarci.
Pure rileggendo Sun Tzu, alla fine, perché, come ho detto fin dall’inizio, beccandomi le accuse di indifferenza, eccesso di complessità, difesa del generone culturale e altre nefandezze, è una dannata questione di strategia, e la strategia non esclude la passione.
“Coloro che non sono del tutto consapevoli dei danni derivanti dall’applicazione delle strategie non possono essere neppure consapevoli dei vantaggi derivanti dalla loro applicazione”.

Oggi è il compleanno di Michela Murgia,  in qualsiasi curva della lemniscata si trovi. Di fatto, sono molte e molti coloro che si chiedono ancora oggi “cosa avrebbe detto Michela di”. E io invece mi auguro che se per un incantesimo o uno scambio equivalente Michela fosse fra noi, avrebbe fatto uno dei meravigliosi colpi di testa che alcune anime lucenti riescono a fare, uno scarto di lato, una fuga improvvisa che l’avrebbe liberata dal peso di dover dire, dover fare, doversi esporre in luogo degli altri. 
Mi piace pensare che, se fosse viva, Michela sarebbe sfuggita anche alla definizione di maestra, e che magari oggi sarebbe in una casa su un fiordo a scrivere,  o a fare birdwatching in Ontario insieme a Margaret Atwood, o un corso per pilota di astronavi. Ma non per scappare da un ruolo: semplicemente, perché avremmo dovuto imparare, noi, a prendere parola, e non delegarla ad altre e altri. Perché, come si vede, quando quell’altro o altra prendono una posizione che non ci piace fino in fondo, è facilissimo giustiziare il maestro o la maestra o l’idolo o la dannata immagine che ci rassicura che sì, siamo bravi.
Ricordo di quando eravamo a Firenze, Michela e io, per presentare L’ho uccisa perché l’amavo, dunque era il 2013. Ci siamo comprate insieme un cappello di paglia. Poi siamo andate in albergo, il suo, perché lei rimaneva e io sarei ripartita in serata: c’era il suo pc aperto sul letto, sulla pagina della posta elettronica. Le mail visibili erano tutte in grassetto, quindi non erano state aperte. “Ma come fai?”, le ho chiesto, “Non ti viene l’ansia? Se non rispondo subito io mi sento male”. “Impara a non sentirti male”, mi ha detto. Non ho imparato, per la cronaca, rispondo sempre, anche se con una risposta breve. E allora, come mi disse Michela, scatta uno dei tradimenti possibili: vieni percepita come formale, e la sensazione dell’altro è che il tesoro  che ha depositato nelle tue mani non sia stato accolto come si doveva. Ma può essere percepita come un tradimento la stessa risposta: perché in un certo senso tradisce l’immagine che l’altro si è fatta di te, e non corrispondere a quella percezione è considerato grave.
Lei aveva capito già allora quello che poteva accadere ed è accaduto a tutti noi. Poi, ovviamente, se fosse viva continuerebbe nel 99% dei casi a fare e scrivere quel che ha sempre fatto e scritto, e probabilmente si sarebbe imbarcata sulla Flotilla o starebbe meditando un pamphlet su Trump. O chissà.
Ma mi piace pensare, oggi, all’amica perduta. E dunque mi piacerebbe pensarla sempre appassionata ma anche liberata dal peso di dover essere un punto di riferimento.
Auguri, cara.

Io la definizione di intellettuale non so darla, perché è sfuggente e vaga. Provo a interpretare il termine come “persona che lavora con le parole e che con le parole prova a raccontare quello che vede”. Nulla di più e nulla di meno. Per questo motivo, su Facebook, sto tentando di fare un ragionamento a puntate che parte dalle polemiche di questi giorni. La conclusione sarà qui sul blog e su L’Espresso di venerdì prossimo.
E a proposito di racconti, oggi ne segnalo due, che riguardano entrambi l’AI.
Il primo, anche in ordine di importanza è un articolo di Newsweek che parla della costruzione di otto nuovi data center  in Texas, oltre a progetti in Louisiana e Mississippi, molti dei quali situati in aree attualmente colpite da siccità grave o estrema.
Il secondo appare su The conversation, e pone un problema non piccolo che riguarda la ricchezza del linguaggio. Perché quando le AI imparano sempre più da testi “sintetici” il linguaggio medesimo si appiattisce e tende a riproporre stereotipi, per giunta.
Ecco, per me, se esiste un ruolo dell’intellettuale, è per esempio quello di sventolare un fazzoletto e dire che abbiamo un problema, e che magari faremmo bene a pensarci sopra. Sapendo perfettamente che non è mai semplice, e che nessuna soluzione è possibile in tempi stretti. Tranne quella di ragionare: mi hanno rimproverato, in questi giorni, di non capire “la pancia”, di reagire ovvero con quella che sembra freddezza o distacco e che, almeno nella mia testa, è provare a capire. Perché resto convinta che gli e le intellettuali non debbano parlare a nome degli altri, ma condividere quello che hanno visto. E secondo me, oso, questo affidarsi e questo idolatrare è lo stesso frame, rovesciato, di quello che ci ha accompagnato nel tempo.
Questa è una cosa velenosa, perché molti non credono, e ci sta, che sotto sotto c’è questo, e si offendono se glielo fai notare. Notare, non indottrinare: sapendo che, come è ovvio, io non sono immune da nulla.  Tutto riguarda tutti, sempre e sempre. L’errore è pensare che chi lo dice voglia insegnare qualcosa: no, è un fazzoletto sventolato in aria, appunto, sono appunti su un foglio, che alla fine, come tutto, svaniscono.

Fabrizio Patriarca è uno scrittore, ed è pure bravo (magari se si spiccia leggiamo presto un suo romanzo nuovo), inoltre scrive di libri, collabora fra l’altro con Snaporaz e ogni tanto facciamo due chiacchiere su Instagram. In genere io sono quella ingenuamente fiduciosa e lui quello più lucido e dunque scontento (e ha ragione). 
Mi ha mandato un testo che pubblico molto volentieri e che risuona col discorso sui libri “lineari”, quelli che secondo alcune agenzie, ma anche alcuni autori e autrici di recensioni, distrarrebbero chi legge perché, ohibò, abbiamo il diritto di capire tutto e subito e chi scrive ha il dovere di essere piano, pianissimo, fino al didascalico. 
Eccolo qui: non è un testo accomodante, e non doveva esserlo. E come al solito le eccezioni ci sono sempre, per fortuna.
“Se sei partita/o da Sally Rooney senz’altro impari che leggere è una faccenda più impegnativa di quanto credevi, Ma questo non è ancora imparare a leggere. Impari moltissimo sul «leggere» leggendo anche solo una pagina di Cesare Garboli su Elsa Morante. Dunque i nuovi soggetti di discorso sul libro, la specie emergente – qui è dove continuiamo a fraintendere – sarebbero intelligenze senza una capacità di lettura evoluta, educata, «raffinata», tantomeno sincera, e piuttosto portatrici di una capacità prestazionale, performativa: capiscono, capiscono eccome, ma il limite è la monomaniacalità tradotta in monotonalità che erigono attorno alla propria esperienza di lettura – di fatto il modo in cui scelgono di interrogare i libri è paurosamente vicino se non ormai collaterale al modo in cui si interroga un’IA, più simile a un prompt a carattere emotivo che a una sollecitazione critica”.

Libri di cui parlerò a Marsciano per Chatwin, la scuola nomade di narrazione di Umbria Green Festival, a partire da domani pomeriggio
Non solo alcuni fra quelli che cito spesso (Jackson e King, ovviamente), ma altri due. Uno lo conoscete, ne ho scritto qui e su Linus. E’ un racconto,  I miei tristi morti , tratto dall’ultima raccolta di Mariana Enriquez, Un luogo soleggiato per gente ombrosa (traduzione di Fabio Cremonesi, Marsilio editore).
L’altro, di cui ho scritto sempre per Linus (esce nel numero di giugno) è La radura di Alessandra Castellazzi (e/o). Qui non c’è una periferia ma un paese, che ansima per il caldo e la siccità, e che vede sparire, negli anni, ragazze giovani, affascinate, appunto, da una radura. E’ una bellissima storia che mi ha ricordato uno dei miei romanzi preferiti,  Picnic a Hanging Rock, che prima di essere film di Peter Weir, fu un romanzo dell’australiana Joan Lindsay, pubblicato nel 1967.
Ecco, le storie, secondo me, servono a farci guardare quel che abbiamo intorno con occhi diversi. Proveremo a farlo insieme, che è quello, poi, che mi sta a cuore davvero.

La discussione di questi giorni sugli autori e le autrici si complica se chiamiamo in causa l’intelligenza artificiale. Resoconto di una polemica recente che vede protagonista la premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk (da queste parti molto amata). 
Riassunto. Qualche giorno fa Tokarczuk partecipa a un evento, Impact, dove fa, o farebbe, queste affermazioni: 
“Contrariamente ai timori generali, credo che noi scrittori, data la natura specifica del nostro mestiere, saremo i più rapidi e incisivi nell’interagire con strumenti come l’IA. Le nostre menti letterarie funzionano in modo completamente diverso dalle altre, perché il nostro lavoro si basa su una vastissima rete di associazioni fra fatti eterogenei, che è estremamente diversa dal pensiero ristretto degli accademici. Ho acquistato la versione più avanzata di un modello linguistico e sono rimasta profondamente sorpresa da quanto abbia ampliato i miei orizzonti e approfondito il mio pensiero creativo”.
Segue intemerata di Lauren Groff e altri. Segue smentita di Tokarczuk, che spiega di utilizzare l’AI solo per le ricerche.
Tutto questo, però, mette in ombra la parte più importante del discorso della premio Nobel per la letteratura:
“Sembra che il mondo, con la sua inerzia distruttiva, non meriti più romanzi lunghi e impegnativi. Il numero di persone disposte a leggere libri del genere si sta semplicemente riducendo. Un tempo c’era una richiesta, mentre oggi l’idea di leggere un libro lungo è una sfida davvero scoraggiante per molti, e mi capita spesso di constatare che i lettori conoscono il finale de “I libri di Jakub” dai riassunti che trovano in rete. Non sono interessati a proseguire nella lettura, ma ci sono argomenti che non si possono trattare in breve. Il mondo è semplicemente e  incredibilmente complesso”.
Questo mi pare il punto reale: numero uno, la perdita di interesse generale per romanzi lunghi e soprattutto complessi, la crescita dell’interesse per l’autore o autrice guru, sempre pronto a scendere in campo su ogni battaglia: il che da una parte può essere un bene, ma se va a scapito di quanto scrive, è decisamente un male.

Loredana Lipperini
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