ANONIMA LIBRAIA, I DISTRIBUTORI E I PANNI SPORCHI

Pubblico tutte le lettere di libraie e librai che sto ricevendo, dunque anche quella di Anonima Libraia che, come leggerete, è molto critica nei confronti di Otello Baseggio. Su questo si aprirà la discussione. Ma su una cosa non sono d’accordo io, e dunque mi prendo la libertà di dirla: lavare i panni sporchi in famiglia, come si adombra alla fine, nella maggior parte dei casi sfocia in catastrofe.
Buona lettura.

 

Gentilissima dott.ssa Lipperini,

non sono né un ex direttore, né un buyer periferico o centrale, né un ex libraio: sono una libraia di Feltrinelli, attualmente in servizio, con un’anzianità trentennale. Se posso contribuire al dibattito alimentato in questi giorni, rimanendo anonima per ragioni che si capiranno leggendo, ecco qui i miei 5 cents.

Bene fa il Post ad alimentare periodicamente dibattiti sulla bibliodiversità e sull’editoria in generale, portando l’attenzione di volta in volta su questo o quell’altro aspetto. I suo lettori attenti e abbonati non ignorano che sebbene non menzionati nell’ultimo articolo un ruolo decisivo, ma davvero decisivo anche ai tempi dell’online, lo abbiano i distributori e i promotori, specie i principali: basti ricordare che gli editori incassano sul distribuito ma guadagnano sul venduto al netto di costi di produzione, redazione, resa, trasporto, stallo, macerazione. Un’impresa che giustamente è stata paragonata alla lotteria, che induce ad acquistare un altro biglietto (ovvero a pubblicare un altro libro e distribuirlo e incassare altro denaro) nella speranza di imbroccare la vincita (il libro buono, che permette di sistemare i conti e sanare i bilanci).

Otello Baseggio è una leggenda aziendale, ha conosciuto il fondatore, ha aperto negozi, ha formato parte di una generazione di librai: ha dato linfa ed energia (a quanto pare inesausta) all’impresa e quindi, implicitamente, alla cultura di massa del nostro Paese. Ma qualche precisazione va fatta. Sine ira et studio, piccolo omaggio alla classicità amata dal Nostro.

Non entro nel merito della scontistica richiesta a C. Melluso, come raccolta da La Stampa, come detto mi occupo d’altro. Da libraia mi dispiace, ovviamente. L’esclusione di editori, autori e (forse) lettori però non è dovuta esclusivamente a fattori economici, non lo è mai stata. È questione di competenza, sensibilità, abilità commerciale, fiducia nel pubblico: banalmente, se non si sa che cos’è l’intersezionalità con difficoltà si proverà a proporre o a ben collocare un volume a riguardo (semplicemente nella sezione di sociologia? Oppure meglio in una parte dedicata al femminismo dove oggi potrebbe trovare più accoglienza?). Naturalmente un’operazione del genere su settantamila titoli nuovi annui (ma che in tempi recenti hanno anche superato le novantamila unità) è cosa ardua e la formazione dei librai è una variabile essenziale che, a mio parere, va menzionata fin dall’inizio di qualunque analisi. Ma stiamo al punto economico. Non sono del tutto convinta che un editore alzi il prezzo di vendita in funzione dell’adesione ad un programma di presenza in libreria a detrimento dell’acquirente: la visibilità può ripagare l’investimento sul lungo periodo (così avviene per la pubblicità), alcuni contenitori editoriali hanno da sempre un prezzo fisso e riconoscibile che partecipa all’identità di quella collana (e che un editore potrebbe non aver voglia di ritoccare perché ne è ben consapevole), una vendita maggiore frutto di una giacenza maggiore (peraltro concordata nella titolazione tra Feltrinelli Librerie ed editori) può, forse, portare più soldi nelle tasche di entrambi i contraenti. Non lo so, ma suggerisco prudenza invece che giudizi affrettati (è pur sempre imprevedibile, oltre che triste, la scienza in oggetto).
Sull’esclusione/inclusione di editori e titoli abbiamo detto: il fattore economico, sebbene determinante, non è l’unico e anche in passato (ammesso fosse il Bengodi) è stato così. E ho visto personalmente direttori di passaggio in magazzino guardare piccoli pieghi di libri e dire con rabbia “questi ci fanno uno sconto bassissimo”. Il fronte di offerta si compatta? A giudicare dalla crescente mole di pubblicazioni e dalla discendente quantità di lettori sarei propensa a dire il contrario ed un criterio economico, per un soggetto economico, sul governo di questo agglomerato informe mi sembra legittimo, se non è esclusivo. E al momento sembra non esserlo.
Rifiuto con decisione l’idea che gli ordini dei clienti siano ininfluenti per incasso e assortimento e lo faccio forte dell’auctoritas dello stesso Baseggio che ho sentito, in occasione di un raro incontro formativo, dire a noi librai di prestare grande attenzione agli ordini dei clienti, poiché la massima che guida il lavoro del libraio è avere il libro giusto, nella quantità giusta, al momento giusto. E sono spesso i clienti a suggerirti qual è il libro giusto, ragione per cui ho visto molti colleghi di fronte ad una richiesta (singola) molto azzeccata (per tempismo, valore intrinseco, situazione sociale e politica) provare ad aggiungere quel volume nell’assortimento stabile della libreria. Posso inoltre confermare che la richiesta successiva di un medesimo testo porta quasi sicuramente all’inclusione dello stesso nel catalogo, fosse solo per alleggerire e snellire il lavoro di raccolta continua di anagrafiche.

Le librerie in cui ho prestato servizio, è vero, hanno cambiato la loro esposizione interna da raggruppamenti tematici ed editoriali a raggruppamenti tematici per ordine d’autore: una semplificazione necessaria visti i cambiamenti sociali, l’arretramento dei lettori forti, la perdita d’aura degli editori (fatti salvi forse Einaudi e Adelphi). Tuttavia non riesco a trovare il nesso tra questo e l’eventuale crescita o diminuzione di interesse dei lettori se non una maggiore leggibilità da parte del pubblico. Aggiungo che sebbene in libreria le cose siano cambiate, la sede centrale ieri come oggi ha responsabili che gestiscono i rapporti di acquisto non per argomento (letteratura, saggistica, tempo libero) ma per marchio editoriale, a parziale correzione di una citata rivoluzione che, se c’è stata, è stata solo a metà.
Mi sento di poter dire che molti degli editori Panoplia (che non cito, a questo punto, per via dell’eventuale pubblicità negativa che tutto questo clamore sta suscitando) fanno bella mostra di loro non solo nei negozi ma anche negli scaffali delle nostre case, a testimoniare la straordinaria sofisticatezza dei nostri consumi culturali e, giocoforza, della nostra straordinaria identità personale oltreché professionale (autoironia da libraia) – il celebre “snobismo” di cui generazioni di manager ci hanno accusato nei decenni. Mi sembra che la ricchezza e la profondità di catalogo non siano fattori assoluti ma relativi e non credo, davvero in onestà, che al momento questa sia messa in pericolo, proprio perché, come afferma Baseggio, una selezione editoriale è dinamica e non statica tanto che anche i cataloghi degli editori (panoplici e non) mutano in vista di quello che potrebbe attirare interesse (si pensi al caso di scuola, la collana Stile Libero, della blasonatissima Einaudi).

Trovo quasi ingiurioso associare la protesta e il conseguente sciopero di libraie e librai alla sola questione della centralizzazione, della presenza dei buyer periferici e della nostra conseguente perdita di identità. E stupisce che un’analisi così incentrata sui fattori economici glissi all’improvviso sull’importante tematica salariale che viene sollevata dallo sciopero, proprio quando si viene a parlare delle tasche dei lavoratori (e metto nel mazzo soprattutto il premio di produzione e non solo l’aumento del buono pasto). Concordo tuttavia che l’agitazione abbia radici lontane, semplicemente le pongo un po’ più lontane del management attuale, che pur ha le sue responsabilità. Il verticismo sfrenato di cui parla Baseggio per una lunga stagione non del tutto tramontata si ritrovava parimenti in libreria dove chi le dirigeva e chi stava sopra di loro è stato sì colpevolmente ignaro della piramide di Maslow: tutti quelli che quella stagione hanno attraversato sanno che le teste pensanti e operative sono state spesso osteggiate o messe in difficoltà da una catena di comando che veniva presentata come inflessibile e indiscutibile. Ma questo è stato ed è pur sempre un problema del capitalismo italiano in senso ampio e generalizzato. E questo non è un trattato di sociologia del lavoro.
Trovo particolarmente odioso l’argomento ad hominem contro un collega ex libraio da parte di un ex direttore ed ex libraio, per quanto di chiara fama e ottimamente informato: come se la ragioni del secondo valessero più di quelle del primo. Caduto il principio di autorità descritto nel punto precedente quando si decide di prendere la parola nell’agorà pubblica valgono solo gli argomenti presentati e la loro forza e mi urge correggere qualche elemento. In primo luogo i librai sono ancora liberi di allestire proposte bibliografiche autonomamente, che siano sulla letteratura malese o sul tabarro da uomo, per poi verificarne gli esiti (come è sempre accaduto). Inoltre, è certo vero che i buyer di negozio non partecipano in vivo ai processi di vendita e di resa ed è parimenti vero che non sono tuttologi, come, ahinoi, non lo sono nemmeno i librai. Ma allora, come sembra del tutto sotteso al discorso di Baseggio in diversi punti, se è l’alta rotazione ad essere cruciale perché non affidare in toto il processo ad un “centro di logos” artificiale, ad un algoritmo vero e proprio? Credo che la risposta breve sia: perché questo non sarebbe in grado di riconoscere la qualità, una qualità che l’alta rotazione preserva e dovrebbe rendere sostenibile. Ragion per cui è più l’intelligenza collettiva che quella artificiale che mi permette di tenere in assortimento Gli strumenti umani di Sereni, per esempio, anche se lo vendo poco. Tra questi strumenti il poeta annovera il linguaggio, ciò che permette di passare comandi ma anche di comunicare e scambiare opinioni tra pari. Si parva licet e tornando alla prosa: per la prima volta, a mia memoria, una posizione aziendale è stata aperta anche sulla base della capacità di ascolto (di colleghi, direttori, sede) di chi quella posizione sarebbe andato a ricoprire. È ininfluente, a riguardo, che le persone incaricate ascoltino poco: è naturale sia così visto il basso tasso di intelligenza emotiva coltivato nei negozi che i decenni in cui Baseggio ha operato hanno depositato nella cultura aziendale. Quello che conta è che io posso alzare il telefono o avvicinarmi a quella seggiola e provare a far valere le mie ragioni sulle scelte assortimentali non come una concessione ma come una procedura consolidata. Una cultura, com’è noto, non si cambia in un lampo.
Di politiche attive di incremento dei lettori e di formazione permanente dei librai sia Baseggio che io abbiamo parlato troppo poco, su questo concordo con il compianto e citato Belledi: sembra proprio che in Italia i libri non si vogliano vendere. Non vorrei che questa mia troppo lunga discussione dei temi sottolineati da Baseggio fosse letta come la contrapposizione di un cliché (quello del vecchio saggio che disapprova il tempo presente o, nella versione maliziosa, come l’incendiario che diventa pompiere) a un altro (che potrei compendiare con il corrivo “Ok, Boomer!”). Quello che ho scritto in esordio lo penso e lo ribadisco. Immagino sia costato molto ad una persona che ha dedicato così tanto della sua vita ad un’azienda e a un prodotto così speciale scrivere cose così dure. Mi sono tenuta lontana dai giudizi sullo stato attuale delle cose non per vigliaccheria (lo sono già abbastanza scrivendo anonimamente) ma perché non sento che la mia voce debba risuonare più alta delle altre e perché credo – e spero si sia capito per chi ha avuto la pazienza di leggermi fin qui – che la dialettica innescata tra azienda-sindacato-lavoratori non debba essere strumentalizzata. In questo caso trovo congeniale un retaggio del patriarcato: i panni sporchi si lavano in famiglia. Non per pudore ma perché, talvolta, funziona meglio.

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