Diversi anni fa Margaret Atwood raccontò una storia al Guardian. Riguardava una lingua, l’Haida, e una popolazione al largo della costa occidentale del Canada.
“L’Haida era una cultura, fiorente. Finché, a causa delle malattie portate dagli europei, la popolazione si ridusse a meno di cento persone. Questo avvenne nel 1900. Ma tra i sopravvissuti al vaiolo, alla tubercolosi e a tutte le altre infezioni che li hanno uccisi, tra queste 100 persone, c’erano due bardi.
Gli Haida non avevano una lingua scritta, ma avevano, come molte culture orali, inclusa quella che ha prodotto l’Iliade e l’Odissea, una tradizione di lunghe poesie memorizzate, recitate ed eseguite. Questi due poeti probabilmente hanno pensato: “La nostra cultura sta per estinguersi e non abbiamo modo di trasmettere le nostre poesie”. Ma arrivò un antropologo americano, che lavorò con un traduttore che parlava sia Haida che inglese, e i poeti recitarono le loro poesie riga per riga, parola per parola. Le scrisse in fonetica Haida, e poi abbozzò una traduzione approssimativa di ciò che significavano.
Tutto ciò è rimasto in una biblioteca per 100 anni, senza che nessuno lo leggesse. E poi è arrivato un poliedrico poliglotta di nome Robert Bringhurst, che ha scoperto questo materiale d’archivio nella biblioteca, ha imparato da solo l’Haida, ha trascritto la fonetica e ne ha fatto una nuova traduzione. I testi sono stati considerati racconti popolari perché la persona che li ha registrati li aveva trascritti in prosa, ma la sua teoria era che fossero poesia, anche se la forma poetica era diversa da quella che conosciamo, più simile alle forme giapponesi. Ma ci sono, e possono essere lette ancora oggi in una raccolta chiamata A Story as Sharp as a Knife“.
La storia è bella, e probabilmente in molti penseranno che non ci riguarda, convinti come siamo che quel che scriviamo, e leggiamo, resterà per sempre dopo di noi.
No, se qualcuno non interviene a preservarlo, come ha fatto l’antropologo.
Ma rimaniamo all’oggi, e a un tempo molto più breve dei cento anni intercorsi dal racconto dei poeti alla pubblicazione della raccolta: mi capita di pensare alle sacrosante rivendicazioni di chi scrive per quel che riguarda il proprio lavoro, e dunque di essere liberi di esprimersi, ma anche di essere pagati per i propri interventi e presentazioni in festival e occasioni pubbliche, come scrisse tempo fa Vincenzo Latronico.
Tutto questo è appunto sacrosanto, e certamente ci vorrebbe un organismo che, come la Authors Guild americana, tuteli scrittrici e scrittori.
Ma, ecco il punto, non solo loro: perché la tutela dovrebbe diventare una rete che riguarda tutte le figure editoriali, i redattori, i traduttori, gli uffici stampa e, sì, i librai, ancora una volta.
Perché è vero che la materia prima viene fornita da chi scrive, ma senza tutto il resto svanisce come le parole degli Haida. Solo un piccolo estratto da questa intervista a un libraio Feltrinelli apparsa su Jacobin Italia:
“Si lavora come in una catena, totalmente strutturata e con margini di autonomia sempre più ridotti a cominciare dall’assortimento. Una volta il libraio aveva un margine di libertà, decideva il proprio assortimento sulla base dell’esperienza, dei rapporti con gli acquirenti. Questo è stato spazzato via, con ordini centralizzati a un livello sempre più burocratizzato e oggi addirittura con un buyer intermedio che verifica e controlla. Anche sulle proposte, cioè costruire una locandina con una selezione di titoli su un tema, i margini sono ridotti a zero. Una volta erano fatte in libertà. Adesso è stato inventato un software, Yoobik, sul quale noi dobbiamo fare la nostra proposta, proponendo però un titolo guida di riferimento mentre una figura anonima dall’altra parte del terminale decide se può andare oppure no. La nostra capacità di fare proposte è stata ampiamente ridotta nonostante avessimo avuto anche un riscontro di pubblico.
Si può percepire in noi un certo snobismo, perché rifiutiamo il ruolo di «commessi». Lo siamo certamente, ma occorre considerare che il nostro è un lavoro particolare – per me il più bello del mondo – perché fondamentalmente non facciamo che parlare tutto il giorno di libri con le persone più varie. Nonostante la gerarchia, la centralità di termini quali «efficienza» o «produttività», che sembrano dei dogmi e che hanno spesso un tono inquietante, esistono nel nostro lavoro delle specificità che vanno al di là della merce-libro. Tramite noi si produce un’intelligenza sociale che non è scontata, eppure ci troviamo di fronte a un management che sa porre solo rigidità e regole svilenti non solo per la nostra professionalità ma anche per il cliente”.
Chi ha compagni non morirà, diceva Fortini. E da soli è complicato salvarsi: ma, certo, ognuno faccia le sue scelte.