“Cara Loredana, noi da libreria di paese stiamo tenendo duro. Ancora oggi consigliamo regolarmente libri usciti due anni fa o più, insomma di catalogo, anche perché consigliare un libro che non ci è piaciuto solo perché è in quella lista di libri “che vanno di moda” lo consideriamo un tradimento nei confronti dei nostri lettori e lettrici. Tendiamo a tenere più catalogo e le novità solo quelle indispensabili e cioè che riteniamo belle oppure che bisogna per forza avere perché pubblicizzate sui social. I social, come tiktok che ormai sta scavallando anche IG, vanno obbligatoriamente tenuti d’occhio. Cercare di capire cosa attira in libreria i giovani lettori e lettrici è indispensabile se si vuole stare al passo con i tempi. Quello che ci fa ben sperare è che ogni tanto, non spesso ma è meglio che niente, da un libro pubblicizzato sul BookTok chiedono poi Orgoglio e pregiudizio“.
Mi chiamo Elena, ho 48 anni e da 24 vivo immersa tra le pagine. Non solo per il piacere di leggerle ma perché ho costruito la mia vita intorno ai libri, rendendoli compagni di viaggio, strumenti di libertà, porte sempre aperte verso nuove possibilità.
Certo, oggi i libri sono spesso protagonisti di foto perfette – tra tazzine di caffè fumanti e fiori appena recisi – ma per me sono sempre stati molto di più: storie da scoprire, emozioni da condividere e soprattutto legami da creare.
Il mio percorso è iniziato nel settembre del 2001 in un momento ben preciso: era il pomeriggio del giorno 11 e mentre il mondo intero si fermava davanti alle immagini delle Torri Gemelle che crollavano io ero al telefono con il direttore del personale Feltrinelli, Luca Domeniconi, che sorpreso della mia sorpresa (roba da non crederci, avevo superato il colloquio!) mi accoglieva con una battuta e un caloroso benvenuto in quella che all’epoca era definita “la grande famiglia” Feltrinelli.
Da lettrice instancabile e cliente affezionata della libreria di Bari, diventavo libraia in un’epoca in cui essere librai non era ancora una moda. Ero certa che sarei riuscita a cavarmela, mi consideravo “lettrice forte”. Ma ciò che non sapevo era che mi aspettava una vera e propria formazione sul campo (perché chi aveva il cartellino arancione/rosso penzolante al collo doveva sapere di libri).
Il mio battesimo del fuoco avvenne a Padova, nella straordinaria libreria diretta da Otello Baseggio, un luogo dove i libri erano realmente al centro e il mestiere del libraio era una cosa seria.
A Padova ho imparato che vendere libri non significa semplicemente posizionarli e renderli appetibili ma conoscerli, amarli e ovviamente saperli raccontare (e questo presuppone l’averli letti). Per quattro mesi ho lavorato fianco a fianco con magazzinieri e librai esperti che condividevano con generosità la loro esperienza, persone che citavano a memoria titoli, autori e trame con una naturalezza che mi faceva sentire piccola piccola nonostante il mio sentirmi “lettrice forte”.
Ho iniziato dal magazzino, tra corrieri (da saper accogliere), bancali di libri (da visionare) e bolle da controllare (al dettaglio). All’epoca le novità non si inserivano in un gestionale ma si registravano a mano su schede colorate che si lasciavano all’interno dei volumi (solitamente la scheda veniva inserita nel primo libro della pila) e vi era un sistema di catalogazione che si basava sulla conoscenza diretta del mercato editoriale. Ricordo quei mesi di lavoro intenso (il mio apprendistato) ma anche di entusiasmo, collaborazione, voglia di imparare e una comune appartenenza: sentirsi parte di qualcosa di grande e bello. Perché diventare librai in Feltrinelli a quei tempi, significava scegliere consapevolmente un mestiere che era fatto di cultura ma anche di umiltà, di dedizione, passione e di servizio ai lettori.
Quando finalmente mi hanno ritenuta pronta, sono tornata a Bari per coordinare il settore saggistica. Io, appena laureata, con la responsabilità di un intero reparto. Un compito che poteva sembrare enorme ma che decisi di affrontare con la determinazione e la curiosità di chi vuole crescere. Il direttore di allora, Leo Corcelli, mi disse una frase che ancora oggi porto con me:
“Non muore nessuno se sbagli un libro. Chiedi, confrontati, non avere paura. Se senti che questo è il tuo posto, vai avanti”.
E così feci.
Tra “cedole novità da lavorare”, adozioni universitarie da confermare e incontri con lettori appassionati, ho vissuto anni intensi in cui il rapporto con chi entrava in libreria era il cuore del mio lavoro. Perché chi compra un libro non è un cliente qualsiasi (non sarò mai stanca di ripetere questa cosa) ma un cercatore di storie, un esploratore di mondi, qualcuno che cerca nelle pagine una risposta, un’emozione, un momento tutto per sé da condividere subito con i suoi simili.
So perfettamente quando tutto cambiò: era il 2003 e arrivò la fusione Feltrinelli/Ricordi con la nascita dei Megastore.
La libreria di Bari si trasformò: oltre 1300 mq di luci e colori e pile di libri ovunque. Più tecnologia (con differenti totem con cuffie che sparavano musica con le hit del momento o con i nuovi videogiochi da testare), più spazio all’intrattenimento e meno ai momenti di silenziosa scoperta tra gli scaffali che piano piano perdevano l’impianto iniziale – il catalogo – per diventare esili (addio bibliodiversità) e con la durata di vita che andava riducendosi sempre più.
I lettori storici iniziarono a perdersi e a non riconoscersi più in quel luogo che prima era un rifugio e ora sembrava inseguire logiche diverse: ricordo i primi scioperi bianchi, le varie proteste con il primo esproprio e le manifestazioni con gli slogan “Feltrinelli discount della cultura” strillati da tutti. Il sindacato che premeva e molto spesso otteneva mettendoci forza e cuore.
Resistetti quattro anni osservando il cambiamento e maturando una certezza: era quello ciò che volevo continuare a fare, ma il mio posto non era più lì. Così, con il coraggio (o la follia) di chi segue il proprio istinto, lasciai il posto fisso e aprii la mia prima libreria indipendente.
Perché i libri sono casa. E io avevo bisogno di costruirne una nuova.
Grazie, Elena