In questi giorni mi passano davanti agli occhi, sui social, i post del 2020, in pieno lockdown. Rileggo e rivivo lo smarrimento, l’incredulità delle strade deserte, i cieli pieni di uccelli, il silenzio. Ma anche: gli inviti, pure istituzionali, a denunciare gli assembramenti e comportamenti ritenuti scorretti via portale, whatsapp, post su Facebook.
Ripenso a come tutto questo è stato raccontato in quei giorni. E leggo anche di come viene raccontata dai social media manipolati dagli Stati Uniti la necessità di “prendersi la Groenlandia”. Penso al linguaggio che,  per inciso, è un virus esso stesso, diceva il vecchio e amato William Burroughs. Significa che le parole che abbiamo usato hanno generato un problema. Più d’uno, in verità.
Serve a qualcosa parlarne? Sì, moltissimo. Serve come serviva allora lavarsi le mani. Perché abbandonarsi al flusso di notizie e contronotizie non ha fatto  che immergerci nell’abitudine all’eccezionalità. Occorre sempre guardare quell’eccezionalità negli occhi, e sapere esattamente dove siamo.
Lo ha fatto, per esempio, Le Monde Diplomatique, in un articolo che riflette sul confinamento, e dice: “La chiusura della primavera 2020 è una delle esperienze umane più rilevanti e meno dibattute degli ultimi anni”
Noi non lo abbiamo fatto, non lo stiamo facendo. Ed è un virus, anche questo.